Il caso

Una sentenza spazza via gli usi civici: per il giudice erano stati aboliti nel 1865 

La decisione su sette lotti a Sant’Antioco: possibili effetti su 310mila ettari nell’Isola 

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Una decisione su sette lotti a Sant’Antioco potrebbe incidere su 310mila ettari sparsi in tutta l’Isola, circa il 12 per cento della superficie regionale, storicamente indicati come terreni per la collettività destinati a pascolo, raccolta della legna, semina, raccolta funghi, caccia e altro. Il commissario regionale per gli usi civici, Nicola Caschili, ha accolto il ricorso di alcuni privati e ha annullato, limitatamente ai loro terreni, l’accertamento con cui nel 2005 la Regione aveva riconosciuto diritti collettivi nella località Is Pruinis. La sentenza, depositata ieri, si fonda su una ricostruzione storica fatta dal giudice: una legge sabauda del 1865 avrebbe già abolito gli antichi diritti in tutta la Sardegna. Dunque gli usi civici non esisterebbero più.

Gli usi civici

Derivanti da diritti di matrice medievale e feudale, queste aree spettano a una collettività, di norma i residenti in un determinato Comune, a cui viene permesso di sfruttare liberamente determinati terreni, boschi o acque, a prescindere dalla proprietà. Servivano ai bisogni essenziali dell’economia rurale, ma sono poi arrivati sino ai giorni nostri – tutelati da alcune leggi – vincolando nella destinazione oltre un decimo delle aree dell’Isola: tra queste anche preziosi terreni costieri o in montagna.

Il caso di Is Pruinis

Nel 1962 il Consiglio comunale di Sant’Antioco approvò la lottizzazione dell’area, divisa in 51 lotti da cedere ai privati per costruire abitazioni. Per decenni quei terreni sono stati trattati come beni patrimoniali disponibili. Nel 2005 la Regione, con la determinazione 284, ha invece accertato l’esistenza di usi civici sulla base di una ricostruzione storico-catastale e della presunzione che le terre di antica appartenenza comunale fossero gravate da diritti collettivi. I proprietari, assistiti dagli avvocati Edoardo Enrico Spinas e Monica Tawa Folarin, avevano impugnato la decisione della Regione, difesa dagli avvocati Massimo Cambule e Roberto Murroni. Il Comune di Sant’Antioco, assistito da Lorenzo Locci, si era schierato con i ricorrenti.

La tesi del commissario

Il giudice Caschili, in veste di commissario per gli usi civici, ha ricostruito la successione delle norme, dall’Editto delle Chiudende del 1820 alla Carta reale del 1839, sino a una legge del Regno di Sardegna del 1851 che dichiarava la piena e perfetta proprietà dei terreni dei privati. Alla fine ha fatto prevalere la legge del 23 aprile 1865, il cui articolo 1 dichiarava «aboliti gli ademprivi e i diritti di cussorgia». Secondo la sentenza (di 52 pagine), l’abolizione fu generale e non dipendeva dalla successiva vendita delle terre: né il mancato trasferimento né il perdurare dell’uso da parte delle comunità basterebbero a provare la sopravvivenza giuridica di quei diritti.

Che cosa può cambiare

Per ora gli effetti riguardano solo i sette ricorrenti, ma il principio di fatto spazza via l’intera norma su cui oggi si fondano gli usi civici. Altri proprietari in tutta l’Isola, infatti, potrebbero impugnare l’accertamento, compresi i vincoli urbanistici, paesaggistici e ambientali. La partita – in ogni caso – non è ancora chiusa, visto che si tratta di una sentenza di primo grado. La Regione potrà impugnare davanti alla Corte d’appello di Roma, sezione specializzata, con possibile approdo in Cassazione. Ma la sentenza potrebbe avere già nelle prossime ore un effetto a cascata sulle aree gravate dai diritti collettivi, con la presentazione di vari ricorsi sulla scia della nuova interpretazione che vuole gli usi civici già cancellati da 161 anni.

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