Mancano le sette generazioni di romani nel Dna, che evidentemente riporta altrove; manca anche il fratello maggiore, Fabio, scrittore e sceneggiatore, scomparso nel 2022. Ci sono invece le emozioni - tante -, e i ricordi, da riparare. Piotta (senza Er), come le cento lire della Capitale e gli occhialini tondi, quello del “Supercafone” - diventato tormentone nel 1999 e disco di platino - ci sta provando, a metterli a posto; come Tommaso Zanello, che è sempre lui, all'anagrafe, ed è pronto ad arrivare in Sardegna. Questa sera a Porto Torres, con il suo concerto “Piotta si riparano ricordi tour”, alle 21.30, al parco di Balai & Chico Mendes.
Riesce davvero a riparare i ricordi?
«È un tentativo, perché non tutti sono riparabili. A partire dalla scomparsa di mio fratello Fabio, ma bisogna provarci».
Come si fa?
«Vivendo tutti i ricordi, pensando ai bei momenti passati e cercando di far continuare a vivere ciò che c'è stato».
Ne ha tanti da mettere a posto?
«Ah, si, a parte Fabio, sono tantissimi. Penso che la vita fin qui sia stata abbastanza intensa, quindi cose da sistemare ne ho parecchie».
La musica esorcizza il dolore?
«Non lo cancella, ma aiuta tantissimo, nella vita in generale. Pensi che l’ho scelta da ragazzo come mia quotidiana terapia».
A casa come l'hanno presa?
«Direi con alti e bassi. Mamma era impiegata dell'Alitalia, papà lavorava alla Sip, per loro era un salto nel buio, una professione quasi impossibile e con poche certezze. Ma ero troppo convinto e appassionato per farmi cambiare idea».
Ha anche un bel ricordo già sistemato?
«Tantissimi. Spesso i migliori sono i primi. Tipo tra il sognare di fare un tour e farlo davvero».
Che fine ha fatto il Supercafone?
«Anche quello è un bellissimo ricordo: racconta un’Italia che purtroppo non c'è più, con tanta umanità e altrettanto cuore».
Quella di oggi non le piace?
«Guardi, basta leggere i commenti per la morte della ragazza andata al rave in Svizzera. Quanto sadismo e disumanità, uno squallore! Io cerco di amplificare la luce, qui parliamo di grigio».
Non sarà colpa della politica...
«In questo caso no. È una questione di cicli e ricicli storici. La curva adesso è verso il basso, si dovrà pur risalire. Spero almeno».
Il successo cambia le persone?
«A me non ha cambiato, l’ho vissuto bene. Non lo cerco, non mi aspetto mai niente, nè flop nè trionfi. Anche perché il mercato è cinico. Pensavo di poterlo gestire. Poi ho capito che sbagliavo».
Come si vince?
«Facendo canzoni che soddisfano e sorprendono te stesso. Quelle che sfidano il tempo».
Piotta e Tommaso: dove inizia uno e finisce l’altro?
«Da piccolo ero timido, non avrei mai pensato di fare i testi che faccio adesso, che equivalgono a mostrarsi nudi, e mi hanno aiutato anche a trovare quel Tommaso che tenevo molto ben celato. Forse anche a me stesso. Avevo bisogno di una figura che facesse da ponte, che è un po’ Piotta».
Ironico, diretto e romanissimo.
«Ironico, ci provo, è un modo per sdrammatizzare la vita. Una maschera, uno scudo protettivo, una sorta di cinismo. Diretto sì, lo sono».
E romanissimo?
«Non ho le sette generazioni romane nel Dna, ma adoro Roma».
Vuole aggiungere un aggettivo?
«Così, al volo, direi tenace».
Nel suo curriculum, maturità classica e facoltà di Giurisprudenza?
«Il liceo classico lo rifarei milioni di volte. A Giurisprudenza ero molto bravo. Poi ha prevalso l’amore per la musica».
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