La testimonianza

«Solo il nostro popolo può scrivere il futuro per l’Iran» 

Virginia Pishbin: «Voglio riportare le spoglie di mio padre nella sua terra» 

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«Io odio la pena di morte, disprezzo la discriminazione e l’ingiustizia nei confronti delle donne... Non resterò in silenzio di fronte alle violazioni dei diritti umani. Cerco un mondo libero dalla violenza e dall'ingiustizia». Risuonano le parole Narges Mohammadi, Premio Nobel per la Pace, in difesa del suo popolo in lotta contro un regime oppressivo. Una trama che ricorre drammaticamente nella storia recente dell’Iran: la rivolta per i diritti negati e le condizioni di vita, la repressione sanguinosa da parte dell’apparato di potere che difende i suoi privilegi e i suoi affari, gli arresti, le punizioni esemplari. C’è la speranza, questa volta, di un finale diverso. Intanto, l’Iran continua a soffrire e a lottare. Virginia Pishbin, nata in Sardegna, radici persiane fieramente coltivate, segue con ansia e dolore quello che succede nella culla di una delle più antiche civiltà del mondo.

La storia di Abbas

L’Iran è un luogo del cuore. «Mio padre Abbas, morto nel 2016, lo ha lasciato nel 1981 per intraprendere un percorso di studio nella facoltà di Agraria all’Università di Sassari. Non è più riuscito a tornare a casa. Il regime di Khomeini ha cominciato a mostrare il suo volto peggiore: controllo poliziesco, oscurantismo, diritti negati». Abbas Pishbin è rimasto in Sardegna pur sostenendo a distanza la battaglia per la libertà che in Iran non si è mai interrotta. Virginia, dirigente medico all’ospedale di Nuoro, è nata a Sassari. Dal padre ha ereditato ardore e passione per le cause giuste: sostiene il consiglio nazionale della resistenza iraniana. È la sua voce in Sardegna: «Anche i sardi devono conoscere la realtà, spesso arrivano notizie incomplete o inesatte. Gli iraniani hanno un desiderio sconfinato di libertà e giustizia».

La lotta

Virginia Pishbin ha partecipato a cortei e manifestazioni. Ha raggiunto Parigi e Washington per invocare democrazia e pace per la sua terra. «Per l’Iran», evidenzia, «è la notte più buia prima dell’alba. E sta durando da troppo tempo. Ma non va bene che su tutto questo si accendano luci artificiali. Il sole del mattino lo stanno squarciando i ragazzi che scendono in piazza, lo stanno tirando fuori dalle nuvole a mani nude. È commovente, questi giovani trasmettono una grande forza. Nessuno si può appropriare di questa rivoluzione, tanto meno il figlio dello scià di cui non auspichiamo il ritorno a Teheran. C’è una linea rossa: l’opposizione alla dittatura religiosa e il rigetto dell’opzione di una monarchia assoluta che tanti danni ha provocato al mio Paese. Non vogliamo che manipolatori del passato possano ricavare vantaggi. Dico questo perché Reza Pahlavi non ha mai rinnegato la storia della sua famiglia e gli esiti nefasti delle azioni del nonno e del padre».

La terza via

Virginia Pishbin insiste su un concetto che considera basilare in un momento di grande incertezza per i destini dell’Iran: «La rivolta di oggi non deve essere l’ennesima rivoluzione “rubata”, sottratta ai legittimi desideri delle generazioni, vecchie e nuove, che soffrono e combattono per la democrazia”. L’unica strada da percorrere è quella che viene definita la “terza via”: «Dalle piazze arrivano due “no” senza appello all’accondiscendenza nei confronti di Khamenei e dei suoi ascari e alla soluzione del “problema” attraverso un intervento esterno, una guerra che arriverebbe da fuori. L’unica opzione ritenuta praticabile è il rovesciamento del regime dei mullah. Il consiglio nazionale di resistenza, fulcro della rivolta contro il regime, non mira alla conquista del potere ma ha dato vita a un piano per creare in sei mesi un’assemblea costituente. Non accettiamo passivamente il racconto sponsorizzato anche da una certa narrativa occidentale di comodo, ma puntiamo a sostenere davvero il popolo iraniano facendo cassa di risonanza alle sue urla mute, aiutandolo a non essere ancora una volta depredato della sua sacrosanta lotta per la libertà, denunciando le atrocità». Virginia Pishbin ha una missione personale: «Voglio portare le spoglie di mio padre nella sua terra perché è giusto che sia così».

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