«Avendo conosciuto il dolore, imparo a soccorrere chi soffre». Sono decenni che i sindaci del Sulcis, terra martoriata da mille emergenze, si comportano con la stessa umanità che Didone, regina di Cartagine, nell’Eneide, dimostrò a Enea e ai naufragi sbarcati nella sua terra dopo la fuga dalla guerra di Troia. Cartagine, come Sulky del resto, era una florida colonia fenicia ed è forse anche per questo antico dna se la gente del Sulcis non si è mai tirata indietro nell’accoglienza allo straniero sin dai primi sbarchi di migranti dei primi anni Duemila: «Ma oggi quest’accoglienza – dicono i sindaci dei paesi in prima linea – ha bisogno di un sistema più strutturato. Troppe volte ci sentiamo soli».
Prima linea
I sindaci del Sulcis non nascondono la preoccupazione per via delle nuove norme europee sulla gestione dei migranti che potrebbero causare, prima che le stesse norme entrino in vigore, un’impennata degli arrivi. «Una situazione che ci preoccupa ogni giorno di più – dice il sindaco di Sant’Anna Arresi che, con Sant’Antioco, gestisce la maggior parte delle emergenze – per quanto la macchina dell’accoglienza sia strutturata, le fasi immediatamente successive allo sbarco sono quasi interamente sulle spalle del Comune che deve unire questa emergenza all’ordinario. Quando si segnala uno sbarco, tutte le forze disponibili in zona si mobilitano sino all’arrivo del personale di Frontex, ma fino a quel momento la gestione ordinaria del paese resta in sospeso. Se ci fosse un presidio fisso in zona di forze dell’ordine, si garantirebbe maggiore serenità anche a residenti, strutture ricettive e commerciali che comunque spesso si trovano faccia a faccia con i migranti. Siamo pronti a mettere le strutture a disposizione. Sino a oggi non ci sono stati problemi, ma se ci sarà un’impennata degli sbarchi la situazione potrebbe farsi preoccupante».
I rischi
Il tema è caldo: «Ricordiamoci sempre che stiamo parlando di immigrazione clandestina e che pertanto va gestita con tutte le cautele. – sottolinea il sindaco di Sant’Antioco, Ignazio Locci, che parla anche come presidente del Consiglio delle autonomie locali – Considerare l’immigrazione una risorsa è possibile soltanto se questa viene governata e non solo in chiave solidale. Stiamo anche affrontando da soli il problema dei barchini che vengono abbandonati dopo gli sbarchi. Stiamo chiedendo a gran voce alla Regione di trovare una soluzione, chiedendo all’Agenzia delle dogane di farsene carico perché noi siamo in ginocchio». Si tratta certamente di un tema da affrontare uniti, per quanto non tutti i centri vivano la stessa emergenza: «Nel nostro caso gli sbarchi sono limitati – spiega il sindaco di Carloforte Stefano Rombi – da noi arrivano sostanzialmente se sbagliano rotta, anche perché sanno bene che, approdando in un’isola non hanno poi modo di allontanarsi verso nuove destinazioni. Quando è capitato, la macchina dell’emergenza si è messa in moto vedendo lavorare in sinergia Comune, forze dell’ordine e cittadini. Ma è chiaro che in altri centri il problema sia più grave e vada affrontato al più presto». Dello stesso parere il sindaco di Teulada Angelo Milia: «La macchina dell’accoglienza esiste già ed è ben strutturata – afferma – ma serve un supporto maggiore nelle prime fasi dell’emergenza, soprattutto in questo periodo in cui aumenterà l’afflusso dei turisti e i Comuni non hanno le risorse umane necessarie per gestire emergenza e ordinario».
Il sindacato
Intanto non si placa la protesta dei sindacati di polizia preoccupati per la scelta di convertire in hotspot parte del Cas di Monastir: «Una decisione scellerata e potenzialmente rischiosa. - dice il segretario generale del Sap Stefano Paoloni – Per non esporre a rischi sia gli ospiti sia il personale in servizio, sarebbe stato fondamentale mettere in sicurezza l'area operativa».
RIPRODUZIONE RISERVATA
Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati
Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.
• Accedi agli articoli premium
• Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi
