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Sardegna e identità, le istruzioni per l’uso di Bandinu 

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(...) Aveva uno sguardo da professore, un linguaggio colto e a suo modo divertito. Lo sforzo improbo di farsi anche cronista, riuscendoci talvolta e altre no, lo rendeva dolcemente simpatico. In qualche modo gli siamo debitori per aver introdotto in questo giornale categorie di riflessione che non sempre sono compatibili con le decisioni sul tamburo che la professione di giornalista richiede. « Sa weltanshauung », sintetizzava una giornalista colta e ironica col tedesco in tasca. C'era dentro tutto, a partire dalla scommessa di restituire una visione del mondo identitaria ma senza pastrocchi. Aveva insegnato Lettere per tanto tempo a Varese e poi a Cagliari e la capacità di intercettare lo sguardo dei più giovani era un tratto che lo qualificava. Mai viste tante classi a L’Unione Sarda come quando era direttore Bandinu, via una dentro l’altra, e lui al centro a raccontare cos’è e quanto incide la qualità dell’informazione. E soprattutto quanto è necessaria la consapevolezza, di sé e del mondo che ci sostiene.

Oggi tutte i ragionamenti sull’immaginario di un popolo – come si forgia, chi detta i valori, con quale rigore è necessario analizzare per non soggiacere a delusioni e cadute – sono materia viva e caldissima. Bandinu le ha perseguite in decenni di speculazione intellettuale: la modernizzazione, la società dei consumi, la televisione, Internet e la digitalizzazione senza requie, tutti i campi nei quali dispiegò la sua attività scientifica, si riesce a legarli con un medesimo filo rosso. Un’inquietudine antropologica di uomo e studioso che fa i conti col rischio che una comunità perda la capacità di interpretare se stessa, fra bisogni emergenti e culture cessanti.

Una sequenza di domande nelle quali c’è molto del nostro essere sardi ma niente di quell’etnocentrismo che ama contemplare con lussuria il proprio ombelico. Chi decide chi siamo e, soprattutto, chi saremo? La famiglia, la comunità, la lingua, la scuola, la televisione, l’algoritmo?

Il suo “Costa Smeralda”, e altrettanto “Il re è un feticcio” (scritto con Gaspare Barbiellini Amidei), è stato davvero un contributo importante alla comprensione, non tanto del turismo dei ricchi quanto dello sguardo dei sardi. Capiva che Porto Cervo – non oggi ma molti ieri fa – era il punto critico in cui una società tradizionale incontrava il capitalismo globale, un fenomeno culturale e non soltanto economico. Un corto circuito in cui l’emergenza era capire chi osserva chi, chi cambia e chi detta i valori.

Oggi la parola identità è brandita come se fosse un setaccio, se passi dal filtro ok altrimenti sei fuori. Per Bandinu era soprattutto un codice antropologico, un processo anziché una reliquia. La sua ossessione era capire cosa tenesse insieme una comunità, quali pensieri forti ballassero intorno. Per questo studiava la lingua e i riti, gli stilemi del carnevale e la memoria collettiva, senza museificarli come reperti ma valutandoli come codici profondi della società. Detto in parole facili: raccontare come la Sardegna diventa moderna senza sconti retorici e, soprattutto, senza risposte semplici, provando a costruire una bussola collettiva per decrittare il presente. In questo quadro sperava di riuscire a descrivere l’identità - qui e adesso ma anche allora - come una responsabilità anziché come un rifugio facile facile.

Non era uno semplice, beninteso. Sfuriate severe, tigna nel difendere le posizioni, pesanti silenzi di disapprovazione e rampogne implacabili. Eppure la qualità degli argomenti che metteva al centro riuscivano a mettere in difficoltà anche quelli più duramente ostili. Non era contrario al cambiamento ma detestava la superficialità nell’osservazione: qualunque progresso ha un costo ed è profondamente amorale non ragionarci sopra. La lingua è stata uno dei capisaldi del pensiero, da giovane e poi soprattutto in vecchiaia. Non come questione sentimentale, o probabilmente non solo, ma nel suo rapporto complesso e dinamico con cittadinanza (consapevole, ça va), economia e sviluppo: uno strumento di autopercezione collettiva, una piattaforma linguistica che diventa coscienza civica e inesorabilmente progettualità politica.

A guardarla oggi tutta la sua opera sembra un progetto di costruzione di una superficie riflettente. È stato uno dei primi a dare una forma ai rischi della colonizzazione mentale. Oggi parliamo di social, influencer, intelligenza artificiale. Bandinu tematizzava questi argomenti prima che esistessero, le parole erano altre e diverse ma il concetto identico: il timore che i sardi smettessero di raccontarsi con i propri paradigmi e iniziassero a vedersi soltanto con lo sguardo dell’altro. In tempi di coscienza zoppicante ed eteroguidata, temeva che una società che perdeva la capacità di guardarsi dentro diventasse dipendente dai racconti prodotti altrove. Narrazione è una delle parole d’oggi, fatta propria anche dal marketing e quindi un po’ malconcia. La sua idea di racconto era invece una strada senza scorciatoie per costruire un’impalcatura all’idea di una Sardegna contemporanea, non la difesa della tradizione in quanto tale ma l'invito a coltivare uno sguardo autonomo sul presente. Glocale, anche qui prima ancora che la parola esistesse.

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