La storia.

Ruben, il figlio di Nené, si sposa dieci anni dopo la morte del padre 

Ha cinquant’anni e fa il musicista: «Questo giorno fantastico è per lui» 

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Ruben ha 50 anni, è sardo, ma vive a Torino dopo un’infanzia trascorsa a Cagliari. Sabato si è sposato in Piemonte con Chiara Giulia Paschetto, di otto anni più giovane, che nella vita fa l’operatrice di un’associazione che si occupa di aiutare le donne vittime di violenza. Ma chi è Ruben? È il musicista di una band (i Rublood) di industrial metal, e di cognome fa Olinto de Carvalho. Sì, è proprio il figlio di Nené, che ha scelto di unirsi in matrimonio alla sua signora due giorni dopo il decimo anniversario della morte del padre Claudio – mai dimenticato campione brasiliano che ha fatto grande il Cagliari, assieme a Gigi Riva e agli altri protagonisti di quella splendida squadra, portandolo allo scudetto nel 1970 – dedicandogli il giorno più bello della sua vita. Ruben ha giocato nella Juve come il più celebre genitore, fermandosi però agli Allievi nazionali, dopo essersi rotto tibia e perone: «Sono molto amico del figlio di Gaetano Scirea, Riccardo», dice. «Anche Gaetano è morto il 3 settembre, come papà. Lui era un fenomeno. Un po’ gli assomigliava Nesta: mostruoso fin dalle giovanili».

Si è sposato a Torino: è juventino?

«No. La mia fede calcistica è tutta per il Cagliari».

Da quando?

«Da quel giorno del 1983 in cui i rossoblù, perdendo proprio contro la Juve al Sant’Elia, diedero l’addio alla Serie A».

Racconti.

«Ero ragazzino e mi portarono all’Hotel Panorama, dove soggiornavano i bianconeri. Era l’ora di pranzo e i giocatori erano a tavola. Chiesi l’autografo a Platini, ma si rifiutò. Non la presi bene: ricordo che stetti a lungo con Scirea, che cercò di consolarmi. Dopo, quando Platini si avvicinò, forse accorgendosi dell’impatto non proprio positivo che ebbe su di me quel suo gesto, rifiutai io la sua proposta di un autografo».

Chi conosce questo aneddoto?

«Lo conosceva Giampiero Boniperti che, in occasione degli eventi per il centenario della Juve, tempo fa, chiamò me e Platini e ci disse di stringerci la mano, rievocando quel giorno. Purtroppo anche Giampiero, colui che disse a mio padre che sarebbe potuto stare alla Juve quanto voleva, se n’è andato. Non c’è più nessuno di quell’era calcistica, di sicuro più romantica di quella che stiamo vivendo».

Suo padre non ha mai allenato una prima squadra in Serie A.

«È stato il suo più grande dispiacere. Non ha allenato né la Juve né il suo Cagliari né la Fiorentina, con cui, a livello giovanile, ha vinto tutto. Se lo sarebbe meritato: in Sardegna era tra coloro che, prima di tutti, avrebbe voluto nella Primavera rossoblù Gianfranco Zola, ma non gli fu acquistato, e lanciò giocatori come Massimiliano Pani, Vittorio Pusceddu e Gianluca Festa. A Firenze Ferroni, Domenichini, Guerrini, Sacchetti, Landucci, Paradisi e il suo pupillo Walter Mazzarri, che poi è diventato anche allenatore del Cagliari. A Torino vide prima degli altri le doti di Marchisio e valorizzò Sculli. Per papà la tecnica aveva la precedenza assoluta».

Il rapporto tra voi.

«Stupendo, fin quando siamo stati a Cagliari. A un certo punto volle che noi e nostra madre, Fiorella Bella, ci trasferissimo a Torino. Ammetto che non volevamo andarci, ma lasciammo l’Isola. Quando finì l’esperienza alla Juve, chiese a tutti di rientrare a Cagliari. Ci opponemmo: ormai eravamo adulti, non era facile cambiare un’altra volta. Alla fine tornò, per lunghi periodi, mia madre».

Poi è arrivata la malattia.

«L’Alzheimer è una brutta bestia. Nessuno ci credeva, nel suo caso, perché, già in condizioni normali, si dimenticava tutto. Non so quanti mazzi di chiavi ha perso. Ma quel giorno che lo hanno ritrovato lontano da Cagliari, mentre vagava senza meta e senza ricordare chi fosse, tutti abbiamo preso coscienza della gravità della sua malattia».

A Nené hanno pensato i suoi compagni.

«Io avrei voluto essere il tutore di mio padre, ma si mobilitarono i rossoblù dei suoi anni. Gigi Riva, Beppe Tomasini, Mario Brugnera, Ricciotti Greatti, Adriano Reginato, Cece Poli e tutti gli altri. Li ringrazio di cuore».

Ha mai visto suo padre arrabbiato?

«Sì, quando non ottenne la panchina del Cagliari. In quel periodo ritengo, anzi, che non fu trattato benissimo dal club rossoblù. Pure i Pontello, proprietari della Fiorentina negli Anni Ottanta, gli proposero di allenare la Viola dopo l’esonero di Carosi».

Come andò?

«Chiamarono De Sisti».

Nené è morto a Cagliari.

«La Sardegna era diventata il suo Brasile. Il legame con la gente era fortissimo. Quando andavamo allo stadio, faceva salire sugli spalti gratis chi non poteva permettersi il biglietto. Lo ha fatto anche a Torino, in verità».

Che ricordo ha della sua Isola?

«Era tutto fantastico. Io mi sento cagliaritano. Renato Copparoni è mio padrino, Nicola e Mauro Riva erano i miei amici e ricordo le gite da Brugnera a Torre delle Stelle, i bagni al D’Aquila e le cene da amici a Geremeas. Abitavo in via Sonnino e capitava di trascorrere serate intere nella gioielleria di mia madrina Lorena Lori Rolla, in via Roma. Nel 1992, con il trasferimento, tutto è cambiato».

Si è sposato a cinquant’anni. Resterà a Torino?

«La nostra vita è qui. Ma verremo presto: dedichiamo le nozze a papà e all’Isola».

Progetti per valorizzare la figura di suo padre?

«Sto per terminare un libro sulla sua vita. Presto sarà in libreria».

***

Per i più giovani che non conoscessero la storia del Cagliari, Claudio Olinto de Carvalho è stato un campione che la Juve prese in Brasile. Lui, però, fece grande il club rossoblù tra gli Anni Sessanta e Settanta. Amatissimo dai tifosi per le scorribande sulla destra e i cross per Gigi Riva, aveva iniziato a giocare nel Santos di Pelé. Nel 1963-1964 approdò alla Juve e segnò 11 gol in 28 partite, il suo record in Serie A. Acquistato dal Cagliari indossò la maglia rossoblù per 12 stagioni, 311 match, e segnò 23 gol. È morto il 3 settembre del 2016 in una residenza sanitaria di Capoterra: aveva 74 anni.

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