Il focus.

«Poetto, il ripascimento non serve» 

Gli esperti: una misura insufficiente per evitare l’erosione della spiaggia 

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Gli esperti sono d’accordo: interventi spot per salvare la spiaggia del Poetto sarebbero utili solo per sprecare soldi. Le ferite lasciate dal passaggio del ciclone Harry sono ancora visibili sull’arenile. In tre giorni – dal 19 al 21 gennaio – la mareggiata si era “divorata” una quantità ingente di sabbia, soprattutto da Marina Piccola al lato destro del Lido, che è stata restituita gradualmente, dalla Quarta fermata in poi. A risentire maggiormente del “rimpicciolimento” dell’arenile gli stabilimenti balneari e i chioschi di quel tratto. Con la stagione balneare alle porte i gestori sono preoccupati ma fiduciosi che entro maggio la situazione ritornerà come prima. La domanda è una: come rispondere alle emergenze?

La proposta

Subito dopo il ciclone è arrivata la conta dei danni. Nello Musumeci, ministro per la Protezione Civile e le Politiche del mare, aveva visitato – accompagnato dalla presidente della Regione Alessandra Todde (commissaria per l’emergenza dopo che il Governo ha dichiarato lo stato di calamità naturale) e il sindaco Massimo Zedda – la parte del Poetto più colpita dalle onde. Proprio in quell’occasione il primo cittadino del capoluogo aveva ipotizzato di tamponare il problema con un travaso di sabbia, da effettuare poco alla volta, da una cava lungo la statale 125, sulla strada che porta a Burcei. Una soluzione che ha scatenato un dibattito acceso tra chi ricorda con angoscia il ripascimento del 2002.

Soluzione radicale

Su una linea i tecnici sono d’accordo: il ripascimento – sia di cava che di mare - se non si eliminano dalla spiaggia stabilimenti balneari e chioschi, sono praticamente inutili. Posto che non è possibile radere al suolo le infrastrutture da un giorno all’altro, qual è la soluzione per salvare la spiaggia? «Certamente il ripascimento non è la cura giusta, sarebbe come dare un’aspirina a un malato terminale, e il Poetto ancora non lo è», afferma Alessio Satta, presidente di MedSea, un'organizzazione no profit di ricercatori per la tutela e la gestione sostenibile delle risorse marine e costiere della Sardegna. Satta sa bene che le sue teorie sono impopolari. «Per non far morire la spiaggia bisogna mettere da parte la politica e l’economia e pensare, attraverso un confronto, di eliminare tutti i manufatti. Per i chioschi l’ottimale sarebbe sollevarli, come le palafitte, così che il mare possa fare il suo corso senza ostacoli. I danni maggiori li abbiamo avuti prima della Quarta fermata, dove ci sono più strutture». Non è tutto. «La spiaggia ha bisogno di più rispetto, soprattutto d’inverno. Le attività sportive come beach volley e beach tennis sono dannose per la vegetazione a causa del calpestio degli atleti». Insomma, una spiaggia blindata? «No, solo con regole e più controlli. Sarebbe opportuno convocare i gestori degli stabilimenti, sia privati che militari e delle forze dell’ordine, è iniziare un percorso radicale». Stefania Loi, consigliera comunale di minoranza, ha proposto la realizzazione di “pettini” che dalla spiaggia vanno verso il mare: 15 a Cagliari, 10 a Quartu. «Questa soluzione avrebbe effetti disastrosi, per il sistema dei “pennelli” ha bisogno di apporti di sabbia molto frequenti e, quindi, costi esagerati», precisa Satta. «È sufficiente andare a vedere quel che succede in Liguria, in Toscana o in Emilia Romagna».

Ripristino naturale

«Al momento non ci sono evidenze scientifiche che possano giustificare il ripascimento», precisa Daniele Trogu, ingegnere ambientale e ricercatore universitario. «In alcune parti del Poetto la mareggiata ha già fatto il ripascimento naturale, ora è fondamentale non utilizzare mezzi pesanti per movimentare il sedimento e rimuovere la posidonia».

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