Il Procuratore generale, Luigi Patronaggio, ha chiesto la convocazione della Conferenza permanente – l'organo decisionale che sovraintende a ciò che riguarda il Palazzo di Giustizia – con la richiesta, all'ordine del giorno, di approvare un vero e proprio regolamento sul dress code, alla luce di alcuni "problemi" che sarebbero sorti negli ultimi giorni dopo la sistemazione dei cartelli che vietano l'ingresso a chi indossa pantaloncini, minigonne, canottiere, cappellini o vestiti trasparenti. La goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso sarebbero state le difficoltà avute da una ragazza, sottoposta al delicato protocollo del "Codice rosso", che sarebbe dovuta essere sentita dagli investigatori in Procura per una violenza sessuale. Bloccata all'ingresso per i pantaloncini corti, ha dovuto attendere l'intervento di una delle assistenti sociali che operano nell'area "persone fragili" che le ha portato un camice per consentirle l'ingresso.
Nessuna colpa
Bisogna chiarire subito che gli agenti del servizio di sicurezza che presidiano i tornelli non hanno nessuna colpa. La giovane – come è giusto che sia – per questioni di riservatezza non aveva detto loro di essere sottoposta a "Codice rosso" né la ragione per la quale doveva salire in Procura. Sta di fatto che il rischio di una "vittimizzazione secondaria", ovvero che una vittima di violenza possa anche solo rischiare di essere penalizzata per l'abbigliamento, ha fatto scattare la reazione del pubblico ministero Marco Cocco e del Procuratore capo, Rodolfo Sabelli. Da qui la richiesta del Pg Patronaggio di riconvocare l'organo decisionale che raggruppa – oltre ai due massimi dirigenti delle Procure – anche il Presidente della Corte d'appello, il Presidente del Tribunale, la Presidente della Sorveglianza e tutti i dirigenti amministrativi, con la partecipazione anche del Presidente dell'Ordine degli avvocati. Dovranno stilare un regolamento che tenga in considerazione ogni situazione, così da non penalizzare nessuno: meno che mai le vittime di reati così pesanti.
I manifesti
Il divieto di pantaloncini, minigonne, canottiere, cappellini, infradito, ciabatte e abiti troppo trasparenti era scattato nei giorni scorsi quando nei tornelli d'accesso e in varie zone della cittadella giudiziaria di piazza Repubblica erano comparsi i manifesti, prima rivolti ai soli "visitatori" e poi estesi a tutti coloro che dovevano entrare nel Palazzo di Giustizia. Secondo quanto ricostruito, la decisione sarebbe stata assunta a luglio dalla Conferenza permanente, ma alla luce di alcune situazioni-limite riscontrate dalla Procura Generale nella prima settimana di applicazione, ora il Pg Patronaggio ha sollecitato che venga varato un vero e proprio regolamento.
Le reazioni
Il provvedimento aveva subito acceso il dibattito tra i frequentatori abituali del Palazzo, in particolare tra gli avvocati. Le prime ore di applicazione della norma avevano da subito fatto emergere alcune criticità pratiche. Diverse persone convocate per un interrogatorio o per ottenere un documento al casellario erano state fermate perché in abbigliamento non consono: alcune erano state costrette a comprare dei pantaloni nei negozi della zona. Ora, dopo l'ultimo episodio, la palla tornerà all'organo di governo del Palazzo di Giustizia per le dovute modifiche. (fr.pi.)
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