Seveso. La tragedia insegna. «Qualsiasi opinione che immagini possibile pianificare cinicamente uno scambio tra costi umani e vantaggi economici va respinta con fermezza». Sergio Mattarella ha voluto ribadirlo a cinquant’anni dalla fuoriuscita di una nube di diossina dalla fabbrica Icmesa, che provocò il più grave disastro ambientale accaduto in Italia. Ieri il presidente della Repubblica era nel Bosco delle querce, il parco creato nell’area più inquinata, talmente contaminata che vi furono abbattute tutte le case e cancellate tutte le strade. Un luogo che rievocala paura, l’esodo forzato, le ustioni sui bambini, le morti per malattie legate alla diossina, la desolazione di essere additati nel resto d’Italia come quelli contaminati, ma anche un’anima che non si è arresa. Dopo un flash mob con una sessantina di ragazzi davanti al grande pioppo, l’unico albero sopravvissuto alla diossina, la cerimonia si è svolta in una tensostruttura alla presenza del presidente del Senato Ignazio La Russa e del ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin. Ma anche di Giuseppe Guzzetti, che guidò la regione, e Paolo Mocarelli, allora primario a Desio, che congelò migliaia di provette con i campioni della popolazione per capire l’impatto dell’incidente nel tempo. Altri non ci sono più come Carlo Galante, l’operaio che a rischio della vita azionò la valvola di raffreddamento: «Un eroe», lo ha definito Mattarella. A Seveso, ha detto il capo dello Stato, «la riscossa civile è andata al di là della bonifica e della ricostruzione», «la vita e il futuro sono tornati nelle vostre mani: auguri di buon futuro».
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