Sono un po’ sopravvissuti, l’avamposto di una resistenza silenziosa che più a cercare meriti e titoli è più attenta al concreto e decisamente romantica. Così non si dilungano neanche troppo in chiacchiere, che il tempo - per gli artigiani - vale soldi e pure ispirazione. E finisce che di prima mattina trovi il ceramista che si prodiga col gregge di pecorelle che se belassero sembrerebbero vive o l’architetto mancato che dà vita a sogni e cornici nel laboratorio alla Marina. Si aggiungono il tappezziere prossimo ai festeggiamenti per i settant’anni di attività, due sorelle che hanno rinunciato al posto fisso per far le sarte, e il calzolaio 2.0 che si avvale anche dell’intelligenza artificiale. Settore a parte, li trovi nei templi disseminati per la città, dove creano e insieme resistono all’avanzata del tempo che sembra relegarli a categorie in via d’estinzione. Ma loro non si arrendono.
La sfida
Non ha bisogno di studi di settore per raccontare il declino dell’arte tramandata da papà Pino. «Il problema è che non si trovano giovani interessati a imparare il mestiere. Una condanna a morte per il mio lavoro così come per tanti altri settori artigianali», dice rassegnato Antonio Corona, che dal 1992 porta avanti l’attività avviata dal padre e restituisce vita e dignità a poltrone e divani di mezza Cagliari. Una passione iniziata quando era bambino, coltivata nel tempo libero dalla scuola e poi diventata lavoro dopo diploma e servizio militare. «Si cerca di resistere, con la passione che fa superare tante difficoltà. Ma certo i tempi sono cambiati, così come i divani: oggi si cerca il risparmio a discapito della qualità, ora invece di prendersi la briga di farli riparare si cambiano, perché costa forse anche meno», racconta mentre annuncia i festeggiamenti per i settant’anni di attività per il prossimo aprile: traguardo che ha ancora più valore in un quadro di serrande che s’abbassano e di figure che scompaiono o che poco ci manca.
Cornici e acquerelli
Tra kebaberie e negozi etnici, c’è chi difende tradizioni e storia di famiglia: quella nata con papà Paolo nel 1983, in via Cavour, e dal 2009 passata a lui, Giovanni Valerio Marceddu, 36 anni, corniciaio e acquerellista. «Dopo il diploma mi sono iscritto all’Università, in Architettura, che poi ho lasciato per proseguire le professione di famiglia». Una sorta di missione, perché lo dice con assoluta convinzione, che sarebbe un vero peccato se gli antichi mestieri sparissero. «È dovere di tutti noi tutelarli», osserva mentre mostra con orgoglio il suo regno di non troppi metri quadri che profuma di passione e talento e alle cui pareti trovi un campionario di cornici tra le classiche in radica e quelle più moderne. Ammette il disamore dei giovani («Trovare apprendisti è difficilissimo»), chiude un occhio sugli svantaggi dell’essere partita iva, ma se gli chiedi del posto fisso, non esita mezzo secondo: «Artigiano per tutta la vita».
Il mercato
La conduzione è familiare, marito e moglie condividono vita e arte nelle scalette di Santa Teresa. «Ho iniziato a fare ceramica nel 1980, l’azienda - Raku - è nata ufficialmente quattro anni dopo in via Milano, dal 1990 sono qui, con mia moglie, che è la titolare», racconta Salvatore Farci, 72 anni, impegnato con le pecorelle dell’inizio e nessuna arte tramandata: papà e nonno erano pescatori. «La ceramica misteriosamente mantiene il mercato», assicura lui che si definisce artigiano e non artista. Alle spalle ha fiere in mezzo mondo, le più grandi, con vendita ai commercianti. Respinge il rischio estinzione («Ma quando mai! Questi mestieri vanno di moda»), nessun problema - garantisce - neanche a reperire personale: «Sono pieno di giovani che vorrebbero imparare la professione». Non i suoi figli, trasferiti oltre regione per studiare e destinati ad altro. «Saranno i figli di qualcun altro a scegliere questo mestiere».
Addio posto fisso
Il posto fisso loro lo avevano, ma l’hanno lasciato per fare le artigiane. Sarte, per la precisione, in via Torino, dove dal 2014 le sorelle Germana e Serenella Cuccu, difendono il cambio vita non certo banale: «L’alternativa all’artigianato è il deserto». E ci credono così tanto che si sono licenziate e sono arrivate a creare il loro marchio: sòrris, che riporta al loro legame e alla passione. Cuscini, calamite, pochette, agende, bamboline: tutto realizzato con tessuti arrivati da ogni angolo della Sardegna. «Il posto fisso da sicurezza, ma il lavoro artigianale regala una soddisfazione che non ha prezzo».
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