L’emergenza

Mediterraneo a 30 gradi «Isola a rischio cicloni» 

L’incontro tra le prime correnti aeree fresche  e il mare così caldo può scatenare eventi estremi 

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Trenta gradi e oltre: il Mediterraneo è caldo. Una febbre che brucia non solo in superficie ma anche negli strati marini più profondi. Un’anomalia che riguarda anche le acque intorno alla Sardegna: a Carloforte nei giorni scorsi sono stati rilevati 29,7 gradi, ieri a Villasimius 30,6. Non è solo un record termico e un fastidio per chi si bagna senza trovare refrigerio: «Il dato – spiega il meteorologo Alessandro Gallo – va sommato a un’atmosfera calda nei bassi e medi strati con alta concentrazione di umidità. Un cocktail di energia che, al primo serio cedimento dell’anticiclone subtropicale alle correnti fredde dell’Atlantico, potrebbe favorire forti precipitazioni anche alluvionali». Il rischio è l’arrivo dei “medicane”, parola con la quale dovremo (volenti o nolenti) prendere confidenza: «Sono i cicloni simil-tropicali. I sistemi di bassa pressione con intrusioni di aria fresca dall’Atlantico, entrando dal corridoio francese, scivolano sulle Baleari interessando la nostra isola: le acque del Canale e del Mare di Sardegna accendono un motore di energia innescando fenomeni di intensità decisamente importante». I sardi ormai lo sanno: il ciclone Harry, lo scorso gennaio, è un esempio lampante.

Fenomeni intensi

Il mare con la febbre, secondo Donatella Spano, docente all’Università Sassari e socia del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici nonché ex assessora regionale alla Difesa dell’Ambiente, è uno degli aspetti più preoccupanti del cambiamento climatico in atto: «Il Mediterraneo – spiega – è un hotspot. A causa della sua posizione geografica, tra la zona temperata europea e quella tropicale africana, qui i fenomeni più estremi tendono a presentarsi con più evidenza che altrove. L’alta temperatura dell’acqua comporta una serie di conseguenze, a partire dalla traspirazione, che creano le condizioni per il manifestarsi di fenomeni più intensi».

Il fattore El Niño

Un altro fattore di cui tenere conto è il ritorno di El Niño sul Pacifico che, segnala Gallo, «potrebbe risultare più forte, secondo i modelli matematici statunitensi del Nooa (agenzia scientifica degli Usa che si occupa di studiare gli oceani, ndr) , con temperature medie globali leggermente in aumento. Su base probabilistica, ciò non esclude un prossimo autunno con precipitazioni forti sul continente europeo e sulla nostra penisola».

Quotidianità stravolta

Per la comunità scientifica non ci sono dubbi: il cambiamento climatico è un fatto. «Il riscaldamento globale che si registra negli ultimi 50/60 anni, sulla base dei dati strumentali osservati dalle stazioni meteorologiche nel mondo, non ha precedenti – sostiene Gallo – e ci pone davanti a una sfida importante che coinvolge l’intero pianeta». Quest’estate, fra ondate di calore stabili e persistenti, vendemmie anticipate, fiumi come il Po e il Reno in secca e condizionatori sempre accesi, qualcosa sembra essere cambiato: «Le persone – riflette l’ex assessora Donatella Spano, docente Scienze e tecnologie dei sistemi arborei e forestali a Sassari esocia del Centro euro-mediterraneo sui cambiamenti climatici – stanno facendo esperienza sulla propria pelle della situazione». Un’esperienza traumatica: d’improvviso, il territorio che abbiamo sempre percepito come nostro si mostra con un volto ostile, inospitale. I danni non sono solo fisici ma anche psicologici: si segnalano casi di ansia, paura, sfiducia nel futuro. E i più esposti sono giovani e anziani.

Il ruolo dell’uomo

Un altro dato certo per la comunità scientifica è che la causa primaria del cambiamento in atto sono le emissioni di gas serra dovuti alle attività umane. Su queste, avvisa Spano, si innestano poi i comportamenti anomali di ecosistemi sotto stress: «La rottura del permafrost, la perdita di capacità da parte di oceani e foreste di assorbire l’anidride carbonica in eccesso sono tutti elementi che contribuiscono ai fenomeni cui stiamo assistendo». El Niño, in questo senso, è un caso esemplare: «Il sistema climatico, se “disturbato”, innesca reazioni di portata planetaria». Il meteorologo è d’accordo: «L’atmosfera – sottolinea Gallo – è per natura un sistema caotico. Ricordate? “Il battito d'ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas».

L’Ipcc, il principale organismo intergovernativo che studia il cambiamento climatico, si prepara a varare il nuovo rapporto: «Gli scienziati – rimarca Spano – hanno lavorato tanto, in questi anni, non solo sulle cause del problema ma anche sull’adattamento alle nuove condizioni». La prof è ottimista («Da scienziata devo esserlo: abbiamo mezzi e tecnologie che prima non avevamo») ma, avvisa, «è importante che studiosi e decisori si parlino». Il problema è complesso e richiede un punto di vista globale: mica facile in un contesto come quello attuale, dove il primo degli scettici (se non dei negazionisti) è il presidente dello Stato più potente del mondo. Però qualche progresso si è visto: «Dopo l’accordo di Parigi del 2015 le politiche di riduzione delle emissioni hanno portato risultati positivi. Però dobbiamo fare di più».

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