Custodire e valorizzare la tradizione campanaria e la memoria storica del proprio paese. Questo è l’obiettivo di un comitato di cittadini di Lunamatrona che, giorno dopo giorno, diventa sempre più numeroso.
Proprio per non lasciare nulla al caso, tra i componenti figurano anche gli ultimi maestri campanari del paese della Marmilla. E nell’attesa che le campane del paese siano nuovamente disponibili, il gruppo si esercita e insegna agli alunni delle scuole nel giardino sonoro creato appositamente nel cortile della chiesa di San Sebastiano. Per non perdere il ritmo dei rintocchi e coinvolgere anche le nuove generazioni.
Il maestro
Nel “Comitato per la Tradizione Campanaria e la Memoria” il più anziano è Antonio Cauli, classe 1949, custode di una tradizione tramandata oralmente da generazioni. «Ho cominciato a suonare le campane prima dei 17 anni. All’inizio si suonava senza regole, ma grazie al maestro Antonio Piras, che affiancavo per imparare, tutto è cambiato». Non esisteva un manuale: «Si ascoltavano gli altri, e poi ognuno costruiva il suo metodo. Il mio è una via di mezzo tra lo stile di Piras, quello del sacrestano tziu Modestu, e del barbiere di Villanovaforru Giulio Vacca». Cauli racconta un aneddoto: «Piras era l’unico a esercitarsi fuori dal campanile: in un uliveto vicino a casa, pieno di bossoli della Seconda guerra mondiale, si allenava con due bastoni di legno e, d’estate, dopo pranzo, svegliava l’intero vicinato».
La campanara
Diversa la storia di Angela Merici, nata nel 1961 e laureata al Conservatorio, tra le pochissime donne campanare della Sardegna (sono tre in tutto). Si è avvicinata a quest’arte nel 2013, preparando la tesi sul “rosario cantato” di Lunamatrona: durante le processioni c’era sempre il suono delle campane. Incuriosita dai racconti di Cauli e incoraggiata da tutti, ha cominciato a suonare. Spera che la tradizione non sparisca: «Vorrei che i giovani la prendessero in considerazione, che si mettessero in gioco per sfidare i vecchi maestri campanari del paese». Nel gruppo spazio anche per Ignazio Marcias (classe 1954), il secondo campanaro più anziano del paese, «l’anima instancabile del gruppo».
L’impegno
Il comitato ora comprende ottanta appassionati e non ha cariche, solo un rappresentante pro-tempore, Stefania Zedda che si occupa di curare i rapporti con le istituzioni. L’assemblea è l’organo sovrano e le decisioni sono assunte collegialmente. Oggi il campanile è inagibile in attesa della messa in sicurezza. Per non perdere manualità e senso del ritmo si allenano nel Giardino Sonoro, nato dal lavoro del Comitato che ha ripulito il cortile di San Sebastiano e lo ha allestito con campane e strumenti didattici.
«Il Giardinetto Sonoro», spiega Zedda «è il luogo dove i maestri campanari si esercitano, tramandano la tradizione e fanno vivere a tutti i visitatori l’emozione dei rintocchi. Qui si scopre, passo dopo passo, come si diventa campanari. Prima di salire sul campanile si parte dal ritmo: attorno a un tavolo, con forchette, bicchieri e bottiglie, e si impara a coordinare le mani e a seguire ritmi diversi». Poi arrivano i primi batacchi per le piccole campane e, infine, la batteria di campane con le sue funi, da legare, coordinare e suonare insieme.
Gli studi
Oltre alla musica campanaria, il lavoro comprende ricerca d’archivio, testimonianze, registrazioni dei maestri campanari, trascrizione dei suoni tradizionali e contenuti didattici e il gruppo si divide tra diversi ambiti.
A breve sarà disponibile il loro Micromuseo. Augusto Cancedda, dal comitato, spiega che si tratta di «una finestra sul tempo: ci si affaccia al vetro e, quasi in punta di piedi, si entra con lo sguardo in un ambiente del passato, ricostruito con i suoi arredi e gli oggetti della vita quotidiana».
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