L’intervista

«La mia carriera dedicata allo studio e alle pazienti A loro dico: vivete a colori» 

L’oncologo Antonio Macciò va in pensione: «Il tempo libero? Saprò gestire le mie energie» 

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« È una fase della vita. Una delle cose certe come la morte, se uno ci arriva».

Sorride, il professor Antonio Macciò, seduto alla scrivania davanti al computer, nello studio della sua casa di Cagliari. Non fosse per la madonnina di Lourdes che gli guarda le spalle («L’ho sempre avuta al mio fianco») e per il Budda che presidia la stanza (com’era in ospedale), lo si direbbe quasi fuori contesto visto che i quattro decenni della sua carriera li ha trascorsi tra sala operatoria e ambulatorio, sempre vicino alle sue pazienti. Ha compiuto 70 anni, un compleanno che ha coinciso con l’arruolamento nella categoria dei pensionati, evento che lui – già direttore della Struttura complessa di Ginecologia oncologica dell’ospedale Businco e già professore ordinario all’Università di Cagliari – cataloga nell’elenco delle «scadenze tecniche dell’esistenza».

Professore, non sarà facile gestire tanto tempo libero per uno come lei, sempre al lavoro in ospedale.

«Si tratta sempre di una programmazione delle energie, questo non cambia, sa? Bisogna essere consapevoli che arriva un momento in cui il ruolo istituzionale non potrai più averlo. Se non si riflette su questo, si rischia di andare incontro alla depressione».

Succede a tanti.

«Succede perché non bisogna mai centralizzare, mai far coincidere il proprio essere col ruolo istituzionale che si ricopre. Non si può permettere che le due cose si associno».

Restare concentrati nel presente, è uno dei consigli che ha dato alle sue pazienti…

«È lo schema costante della mia vita. Per dire, io un anno fa ero tecnicamente morto (due infarti, ndr), e se mi fossi fermato a quella dinamica, rimuginando che il primo maggio 2025 alle 20,30 ho avuto uno choc potenzialmente irreversibile, non avrei ripreso a operare il 2 luglio, ovvero pochi mesi dopo. Invece l’ho fatto, ho ripreso a operare perché avevo in testa la paziente che era in lista per quel giorno. Avevo un obiettivo, essere disponibile per le esigenze di un’altra persona».

Avrà pur rallentato.

«Dopo quel primo maggio, fino a luglio scorso sa quanti interventi ho fatto? 330, la media di uno al giorno. E da maggio del 2025 ad agosto scorso ho fatto dieci pubblicazioni, firmando come primo e ultimo nome, tante quante in un arco di tempo così ristretto non ho mai fatto nella mia vita. Lavori pubblicati dal mio dipartimento, con la collaborazione di un giovane collega che stimo moltissimo e che ha avuto anche lui tanti problemi, dimostrando tuttavia che l’essere disponibili viene da una preparazione interiore».

A proposito di disponibilità, è difficile pensare che un’esperienza come la sua non possa più essere messa a disposizione del pubblico.

«Se si mette a disposizione la propria esperienza ci deve comunque essere un sistema che utilizzi il patrimonio di conoscenza che rappresenti. Un patrimonio certificato, che non è incentrato sull’io sono, bensì su “gli altri dicono che io sono”. Se nella mia storia professionale le pubblicazioni su cancro dell’ovaio e infiammazione hanno costituito una centralità nel pensiero scientifico internazionale, e se una mia pubblicazione ha oltre 400 citazioni, significa che ho contribuito a costruire un’idea su una patologia».

Tanti suoi colleghi vanno in pensione e lavorano nelle cliniche private, aprono uno studio oppure si mettono a disposizione dell’amministrazione pubblica con un ruolo politico…

«Un ruolo politico nasce da una comunanza di vedute politiche, che possono essere superate dalla valenza tecnica. Ma non vorrei avventurarmi su questo terreno. Io posso solo dire che sono portatore di un sapere scientifico certificabile. Avere tante pubblicazioni per un chirurgo che lavora molto in sala operatoria non è facile, perché normalmente pubblica molto chi il tempo ce l’ha. Io, fra l’Oncologico e il Brotzu, avendo avuto la disponibilità di ore in sala operatoria, operavo 40 ore alla settimana e facevo due giorni di ambulatorio».

I suoi studi si sono concentrati molto sull’immunologia, sul rapporto tra cancro e immunodepressione...

«Ho avuto la fortuna di conoscere il professor Giovanni Mantovani quando preparavo la tesi. Grazie a lui ho capito che poteva essere il mio campo. Se io so cosa avviene intorno al tumore posso capire molto del tumore stesso, e questo è un contributo che abbiamo dato col nostro lavoro al filone delle terapie concomitanti, di sostegno al sistema immunitario deficitario nel corso delle terapie antineoplastiche».

Lei ha sottolineato che il cancro non è un alieno.

«Non è un ospite, bensì una parte dell’organismo che per motivi che si stanno investigando prende una via differente. Il cancro cresce in un ambiente che conosce perfettamente, cresce a casa sua, e utilizza, condividendolo con l’organismo, quello che può utilizzare, quindi cellule, nutrimenti, sistemi e strutture. Come se avesse un programma destinato a stabilire la morte di quel soggetto, il che comporta anche la morte del cancro. C’è un rapporto molto importante con la morte, che diventa infine l’argomento sul quale si discute».

La morte fa paura.

«Noi siamo dei forti condizionatori del nostro benessere. Per questo dico che bisogna camminare con la luce, perché sappiamo che nel buio si inciampa. Il pensiero positivo è nemico del cancro».

Nella guarigione c’è anche una componente spirituale?

«Spirituale nel senso che attiene all’interiorità più profonda della persona. Una rimodulazione del pensiero che cerca vita, luce, amore. Per questo è importante il rapporto costante tra medico e paziente, prima e dopo l’operazione. Una capacità di conoscenza prima e dopo la malattia che insieme dobbiamo curare».

Centinaia di interventi all’anno, ma il suo ritmo è stato messo a dura prova dall’avvio dei lavori del blocco operatorio del Businco e da un cantiere ancora in alto mare.

«Ho comunque continuato a lavorare negli spazi a disposizione, pensando solo al bene delle pazienti».

Quale, tra i progressi della medicina, ha fatto avanzare davvero le cure oncologiche?

«Sicuramente l’introduzione della diagnosi molecolare delle neoplasie, cioè lo studio dell’istologia associata alle mutazioni genetiche del tumore. Questo ha aperto la strada alla target therapy, cioè alla terapia mirata. Come un abito su misura per il paziente».

Cosa pensa dell’intelligenza artificiale?

«È uno strumento pericoloso perché bisogna saperla maneggiare. Io la uso costantemente, è un confronto quotidiano. È utile, ad esempio, per la ricerca delle novità scientifiche emerse dalle pubblicazioni più recenti, ma quando la interroghi su un argomento che conosci la devi guidare».

Quante donne ha operato in tutta la sua carriera?

«Considerando anche i tagli cesarei e i piccoli interventi, circa diecimila».

Al di là delle raccomandazioni mediche, c’è qualcosa di particolare che ha suggerito alle sue pazienti?

«Il potere benefico dei colori. Ho sempre detto: vestitevi con i colori più belli. Non amo il nero, è buio. I colori invece sono luce, voglia di vivere».

C’è stato un momento in cui in sala operatoria ha temuto di non farcela?

«Tantissime volte. Ci sono dei casi clinici così complessi che è impossibile non avere questo timore. Ma non mi sono mai arreso. Ho sempre cercato di trovare la strada nella disciplina. Un respiro e via».

Si considera un eccellente chirurgo o un grande medico?

«Con consapevolezza dico un grande medico».

Lo dice quasi con timidezza.

«Perché so che disturba. Ma se io mi fossi fermato a ciò che disturba gli altri, non avrei mai realizzato ciò che sono».

Tra gli altri c’è anche chi la considera presuntuoso.

«Sono semplicemente cosciente del mio sapere».

Ha salvato la vita a migliaia di donne, ma c’è qualcosa che, sulla vita, pensa di aver imparato?

«Che non si deve mai sfidare la morte, perché vince lei. Ho imparato che esiste oggi e che non esiste domani, che è esistito ieri e che però non esiste oggi. Ho dunque imparato che si vive ogni giorno, con chi c’è. Si vive con chi c’è, perché da soli non si va da nessuna parte».

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