Beirut. Tappeti di auto bloccate in una chilometrica coda alle porte di Beirut, diventata nel frattempo un immenso accampamento improvvisato: famiglie sui marciapiedi, bambini che dormono sui sedili delle auto, cartoni stesi sull’asfalto e perfino greggi di pecore trascinate in città da chi è fuggito senza voler abbandonare l’unica fonte di sostentamento. La capitale libanese è stata travolta dall’arrivo di centinaia di migliaia di sfollati in fuga dai bombardamenti israeliani nel sud del paese, nella valle della Bekaa e nella periferia sud della città. Da lunedì circa mezzo milione di persone ha lasciato le proprie case, mentre il bilancio dei raid israeliani è salito a oltre duecento uccisi e circa mille feriti. Il primo ministro libanese Nawaf Salam ha parlato del rischio di una «catastrofe umanitaria» e di un paese che scivola «verso l’abisso» a causa di «una guerra devastante che non abbiamo né cercato né scelto», in riferimento alle ostilità tra Israele e Hezbollah, il movimento armato alleato dell’Iran. La notte trascorsa a Beirut è stata descritta da molti come un inferno. Le esplosioni dei bombardamenti israeliani hanno scosso le aree tra l’aeroporto internazionale e l’autostrada Beirut-Damasco, considerate roccaforti della comunità di Hezbollah. I quartieri ritenuti più sicuri della capitale sono stati invasi da famiglie in fuga. Molti hanno dormito all’addiaccio, nelle piazze, nei giardini pubblici o nelle proprie auto. Non tutti però hanno lasciato le proprie case. Intere famiglie restano nei quartieri bombardati perché non hanno un luogo dove rifugiarsi o le risorse per vivere altrove. La crisi si consuma nel pieno del mese di Ramadan. Durante il giorno la popolazione osserva il digiuno e al tramonto consuma il pasto serale, ma in queste condizioni la vita quotidiana è stata completamente sconvolta.
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