Musica.

«La Sardegna, oggi, è il luogo ideale dove pensare a una vita felice» 

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«Un concerto può essere una terapia di gruppo», perché dietro ci sono fragilità, cadute, ferite. Non ha dubbi Gian Maria Accusani, 58 anni, cantante friulano, chitarrista e fondatore dei Sick Tamburo insieme all’altra ex Prozac +, Elisabetta Imelio, stasera dalle 20.30 alla Cueva Rock di Quartucciu.Tra le formazioni indie rock più importanti in Italia, passamontagna come cifra «distintiva dal vecchio progetto», i Sick Tamburo sono impegnati nel tour di “Dementia”, ottavo album uscito a gennaio, con tanti sold out già registrati.

Come sta Gian Maria in questo presente così difficile?
«Come tutti, preoccupato. Continuo a fare le cose che mi piacciono e mi danno soddisfazione, ma quando alzo lo sguardo vedo un periodo in cui la paura vince su tutto. Per questo mi rifugio ancora di più nella musica: parlo di quello che succede e, facendolo, riesco anche ad alleggerirlo. È un doppio effetto».

Titolare l’album “Dementia” è una scelta forte. Che disagio volete raccontare?
«Nasce da un’esperienza personale: sono stato vicino a una persona colpita da malattia mentale. Ho dovuto avvicinarmi, aprire gli occhi e accettare. Ho visto confusione, momenti di gioia, smarrimento. Da lì è nato il bisogno di raccontarlo. Nel disco però non c’è solo la malattia: c’è anche la de-menza, la follia quotidiana che osserviamo intorno a noi, la perdita di lucidità collettiva. Le canzoni sono episodi di questa condizione».

La musica può in qualche modo aiutare?
«Se riesce a portare all’attenzione della collettività certi temi è già qualcosa. Non bisogna lasciare sole le persone. Anche l’ascolto può dare benefici momentanei, come con altre forme d’arte».

“Ho perso i sogni, basta guerre, basta bombe, ho solo 13 anni” è come un manifesto.
«Sentivo di continuo notizie di bombardamenti su civili e bambini. Ho immaginato quei piccoli sotto le bombe, senza un domani. È stato un trasporto automatico verso quell’immagine. I sogni rubati sono una forma di de-menza».

Un concerto diventa quasi una terapia di gruppo?
«Succede spesso. Dopo i live molte persone mi raccontano la loro storia. In quei momenti senti che la musica diventa qualcosa di condiviso».

...condiviso e con una vostra connotazione indipendente, come in passato.
«Abbiamo sempre fatto quello che volevamo, senza inseguire i numeri. È una scelta difficile, a volte meno conveniente, ma resta spontanea».

Quanto resta dei Prozac+?
«È stato un periodo importante. A un certo punto ci è sembrato naturale finirlo e iniziare altro. I ricordi sono belli, ma oggi siamo più maturi e con più spessore. È sempre un viaggio, però».

Che rapporto ha con la Sardegna?
«Sento tante persone che vorrebbero venire a vivere qui, e io stesso non nego un pensiero. È un posto ideale».

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