La battaglia.

La lotta della mamma contro l’omertà 

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Non voleva vendetta su Caino, ma da subito ha invocato giustizia. Sentimento che Simona Campus, mamma di Marco Mameli, ha espresso più volte attraverso i social. Pensieri sparsi, intrisi di un dolore indicibile per la morte del secondogenito ucciso con crudeltà la sera del primo marzo di un anno fa. «Marco è uscito di casa col sorriso per andare alla festa di Carnevale e non è più tornato. Lì ha incontrato il mostro che gli ha stroncato la vita, lì in mezzo a tante persone», ha scritto nel suo ultimo post. Era il 26 febbraio scorso, cinquantadue giorni dopo quello pubblicato il 5 gennaio, giorno del compleanno di Marco, il primo in cui mamma Simona non ha potuto abbracciare il suo adorato figlio.

C’è un filo conduttore che ha sempre accompagnato le parole della donna, ossia la condanna dell’omertà. Nella continua ricerca di giustizia e verità , Simona Campus è stata costantemente sostenuta dalla sorella Barbara e dalla nipote Serena Lai, madrina di Marco. «Tante persone - ha evidenziato la madre dell’ucciso - anche davanti all’evidenza mentono, dicono di non ricordare cosa sia successo. Se fosse dipeso dalle persone lì presenti Marco sarebbe morto senza una verità, senza un colpevole, senza giustizia. Come può qualcuno non ricordare quelle urla, il panico, un coltello, un ragazzo che è lasciato cadere a terra? Come si può dimenticare un omicidio avvenuto a pochi passi da sé? Per mesi non c’è stato alcun indagato e non perché non ci fosse un colpevole ma perché la verità è stata schiacciata sotto una montagna di silenzi e di bugie. Decidendo che la vita di mio figlio non merita nemmeno una testimonianza onesta».

Per mesi, prima che la Procura di Lanusei individuasse il presunto killer, sul territorio sono state organizzate fiaccolate e presidi. Tra le strade di Ilbono, i residenti hanno vergato lenzuola chiedendo giustizia per Marco. «È vero che la verità non cancella il dolore ma - ha precisato mamma Simona nel suo ultimo sfogo pubblico - potrà impedire che altre famiglie vivano il nostro stesso incubo. La giustizia non dovrebbe dipendere solo dalla bravura degli inquirenti o dalla fortuna o dagli oggetti o prove trovati. La Giustizia dovrebbe vivere nel cuore di ciascuno di noi».

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