La festa

Il monito del vescovo: «Non addormentiamo le nostre coscienze» 

L’invito di monsignor Mura: «Quando questa città smetterà di farsi del male?» 

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È stato un attimo: la statua del Redentore ha incrociato le fronde di uno degli alberi dell’anello verde sul Monte Ortobene e la croce si è staccata dalla mano. Uno dei diaconi che stava accompagnando l’icona del Cristo in processione ha alzato prontamente lo sguardo, afferrato la croce e l’ha riposizionata nella mano della statua lignea. Un’immagine che ha rievocato le parole («alziamo lo sguardo») che pochi minuti prima monsignor Antonello Mura, vescovo di Nuoro e Lanusei e presidente della Conferenza episcopale sarda, aveva pronunciato nella sua omelia, durante la messa, in diretta tv su Videolina, nel prato a pochi passi dalla statua di Vincenzo Jerace.

Il messaggio

Tra la folla, almeno 500 fedeli giunti non solo dal Nuorese (tra cui molti arrivati in pellegrinaggio di buon mattino, con il mitico Zigheddu di Aritzo), i rappresentanti delle forze dell’ordine e delle istituzioni (c’era anche il magistrato della Direzione nazionale antimafia Roberto Sparagna) e tanti politici: oltre al primo cittadino di Nuoro e padrone di casa Emiliano Fenu (al suo primo Redentore) e altri sindaci della provincia (Gian Luigi Farris di Siniscola, Giuseppe Ciccolini di Bitti, per citarne alcuni) e del resto dell’Isola (quello di Sassari Giuseppe Mascia e di Uta Giacomo Porcu), erano presenti il deputato Pietro Pittalis, l’ex presidente della Regione Angelo Roich, i consiglieri regionali Giuseppe Talanas e Sebastian Cocco, l’assessora degli Affari generali Mariaelena Motzo, e la presidente della Regione Alessandra Todde che indossava anche quest’anno l’abito tradizionale nuorese appartenuto a sua bisnonna. A loro, ma non solo, il vescovo ha rivolto un messaggio di sollecito e speranza indirizzato certamente a chi ha responsabilità pubbliche ma anche a coloro che vivono nel Nuorese e affrontano le difficoltà quotidiane con fatica. «Quando nelle gare della vita, le logiche del mondo sembrano vincere e vediamo trionfare i violenti, gli arroganti, gli arrivisti, coloro che costruiscono il loro successo sul disprezzo e sull’infelicità degli altri, per favore non rassegniamoci, non addormentiamo le nostre coscienze. Perché rassegnarsi vuol dire non alzare più lo sguardo, vuol dire imprigionare i nostri occhi alla terra, trasformando la vita in un lamento che non sa vedere oltre», ha detto monsignor Mura.

La città

Le parole del vescovo di Nuoro hanno risuonato come un monito, un richiamo all’ottimismo dettato dal guardare avanti e soprattutto in alto, senza lasciarsi cadere le braccia, e verso il cielo con fede e forza, anche attraverso la lezione dell’apostolo Paolo. «Anche questa città amata e amabile, quando smetterà di crearsi nemici per comodità e avversari per calcolo? Quando smetterà di farsi del male per non dare ragione a nessuno? Quando smetterà di dare un’occhiata al Redentore e, subito dopo, si guarderà attorno per contare amici e nemici? Quando, finalmente, amerà se stessa?», sono le domande che monsignor Mura ha voluto rivolgere ai fedeli, tra il profumo d’incenso che si spargeva in cima all’Ortobene, mentre i cavalli iniziavano a prendere possesso di ampi tratti di sottobosco sul monte dei nuoresi, in attesa che la cerimonia religiosa si concludesse per lasciare spazio agli ampi banchetti che il 29 agosto tradizionalmente tengono impegnati i nuoresi fino a tarda notte. Prima la riflessione e poi la festa.

L’emozione

Conclusa la processione, le voci dei cori Ortobene e Sos Canarios si sono dissolte. L’emozione del 125° anno in cui si ricorda la posa della grande statua di Vincenzo Jerace ha lasciato spazio alla convivialità tra i fedeli arrivati da tutta l’Isola, da Uta a Pozzomaggiore, e anche dalla Penisola. La bellezza degli abiti tradizionali nuoresi, i sorrisi delle donne barbaricine, i selfie raccontano di un giorno di gioia, che non deve far dimenticare la necessità di «alzare lo sguardo verso l’alto, verso il Redentore. Questo mondo ha bisogno di uomini e donne che abbiano lo slancio dei passi decisivi, che vivano solide scelte. In amore, nella giustizia, nella vita parrocchiale, nel quotidiano…». E oggi soprattutto nello sguardo rivolto alla pace di cui c’è tanto bisogno.

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