La campanella che vibra, il banco vuoto: il primo, davanti alla cattedra; quello oltre la finestra aperta da cui non entra aria. «Ragazzi, fa malissimo, lo so. Se potessi darei la mia vita per riavere la sua. Ma passerà, fatevi forza, passerà». Un istante di silenzio, gli sguardi che s’appoggiano su quel banco vuoto, con una pianta d’ulivo, e due foto con Filippo sorridente e gli occhi color cielo e accesi che sembrano uscire. E per un attimo pare persino di sentirlo. «La vita continua, può capitare di tutto, ma bisogna viverla, perché arrendersi è da vigliacchi. Vivetela, anche per Fili. Studiate anche per lui. Forza ragazzi». Sembra quasi un paradosso, forse persino umanamente contro natura, che chi soffre per il dolore più atroce che esista possa pensare ai figli d’altri. A questi ragazzi della V G del Michelangelo, che iniziano la scuola senza Filippo ma con Sonia e Francesco, i suoi genitori. Che oggi sembrano genitori di tutti.
Il silenzio
Fine e inizio, gioia e dolore, frastuono e silenzio: tutto insieme, tutto lì, in quell’aula dei contrasti e degli opposti, dove Sonia Angeli e Francesco Corongiu parlano ai suoi compagni, piangono, e cercano il loro ragazzo che non c'è più. «Lo vedo, lo devo in tutti i vostri volti. Ognuno di voi mi ricorda lui. Fa malissimo, è atroce». Sembrano tutti così piccoli, anche se sono a un passo dal diploma e li vedi zitti, paralizzati, con qualche lacrima che va giù da sola e gli occhi gonfi di chi chi magari non ne ha più. Alle prese con la lezione di vita che non esistono libri in grado di spiegartelo, come si fa. Come si fa a non non pensare all'ultima notte che s'è portata via Filippo e Gabriele Galici, all’alba del giorno dopo, che non è arrivato. Sono arrivati invece undici giorni, da quello del viaggio senza ritorno, dopo la discoteca con le luci colorate diventate nere. Che portano anche un altro banco vuoto, quello di Gabriele, al Centro studi Pirandello. Dove studiava e avrebbe iniziato anche lui il suo ultimo anno.
Piange, mamma Sonia, e piange anche papà Francesco: sono le stesse lacrime. «Il mio bambino, il mio bambino». Lo cercano e lo invocano, nell’aula piena di tante cose e vuota insieme. «Quando vi penso, quando vi vedo, vedo Filippo». Altre lacrime, e altre ancora. «Grazie a voi abbiamo capito che era una persona speciale, che riusciva a entrare nel cuore delle persone, perché un genitore forse suo figlio non lo conosce mai veramente. Grazie alle vostre testimonianze abbiamo capito quanto Fili fosse amato e apprezzato».
L’attimo
A undici giorni dallo stop infinito, su quel palo del lungomare Poetto con la rosa bianca cresciuta l’indomani, vita e morte sono ancora troppo vicine. Sembrano rincorrersi nel corridoio lungo e carico. E poi arrivano in quell’aula, nella V, sezione G: quella col banco vuoto e dove inizio e fine sembrano parte di uno stesso tutto. «Ragazzi, vi dico una cosa che forse è banale. Pensate a Fili anche quando siete fuori casa, pensate a lui quando siete in macchina o in motorino. Quando vi viene voglia di accelerare un po' di più, cercate di ragionare su ciò che state facendo, perché è davvero un attimo», dice papà Francesco. E loro, i suoi compagni al primo giorno dell'anno del diploma che Filippo non prenderà, stanno zitti, attenti, davanti a qualcosa di troppo grande per tutti. E poi è il turno di mamma Sonia: «Lui amava venire a scuola, amava stare con voi, vi prendeva in giro in modo giocoso. Anche se mi diceva che la scuola non serviva a niente. Ma la scuola, ragazzi, vi insegna il sacrificio, a lottare anche per le delusioni. Perché nella vita succedono anche queste cose, e bisogna essere davvero forti per sopportare tutto questo». Piange, piange ancora, mamma Sonia. «Va bene vivere la vita, ma ricordatevi che è una. Non sprecatela, perché è un dono, e non sappiamo quando ci verrà tolto».
Il tempo
Aveva un sorriso disarmante, era determinato, sempre rispettoso, ma anche altro, Filippo, raccontato anche dagli insegnanti. Era quello che alla ricreazione arrivava sempre un po' in ritardo, ma col suo sorriso disarmante. Quello che studiava il tanto necessario, perché lui voleva vivere, e la vita era fuori. Una vita a tempo, determinato: «Filippo lo abbiamo cercato per due anni, non arrivava. Ho saputo di essere in attesa poco dopo la morte di mio padre, ha il suo nome, Filippo».
Un figlio a tempo, il figlio che più nessuno ridarà a Sonia e Francesco, che nel primo giorno di scuola sono lì, in quell'aula con il banco vuoto. «Ragazzi, studiate anche per lui, impegnatevi, diplomatevi. Cercate di farlo anche per Fili, per noi». C’è anche la dirigente, commossa, come sono commossi tutti. Nel giorno dell'inizio, che ha il retrogusto amaro della fine.
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