È stato costretto a inginocchiarsi e a baciare loro le scarpe. Lo hanno preso a calci e a pugni, e costretto a subire altri abusi irriferibili. Tutto filmato col telefonino da due ragazzine del branco di adolescenti, e il video pubblicato su Instagram per una violenza moltiplicata e amplificata a ogni clic.
La segnalazione
Una storia terribile che arriva da uno dei paesi della provincia di Cagliari, ancora una volta una storia di ragazzi aguzzini e di coetanei vittime del branco. Qui la vittima è un bambino e gli abusanti appena più grandi. Il video ha viaggiato nella terra sconfinata dei social fino a che un adulto lo ha intercettato. Inorridito, ha riconosciuto il volto del bimbo e con la morte nel cuore ne ha avvisato i genitori. Ciò che è seguito è facile intuirlo: la famiglia della piccola vittima ha presentato la denuncia alla caserma dei carabinieri e subito sono partite le indagini. Una segnalazione che ovviamente è finita sul tavolo della Procura del Tribunale per i minori, e che chiama in campo i servizi sociali del Comune. Il lavoro degli investigatori, sempre supportato dagli psicologi per l’ascolto di tutti i ragazzi coinvolti, va avanti tra l’audizione di aguzzini e vittima, l’esame del filmato e la raccolta di testimonianze.
Chiuso in se stesso
Ciò che emerge è il silenzio con cui il bambino ha sopportato gli abusi e le umiliazioni. Paura, vergogna, dolore sono sentimenti difficili da raccontare anche per un adulto, figuriamoci per un ragazzino. La violenza filmata non sarebbe l’unica, ed è stata tuttavia quella che poi ha sollevato il velo su questa brutta storia.
L’attenzione necessaria
Nel paese in cui tutto è accaduto, da tempo l’amministrazione comunale cura progetti per gli adolescenti dopo aver individuato le fasce d’età più a rischio tra i 14 e i 16 anni. «Questa storia ci sollecita ad abbassare ulteriormente le fasce d’età da tenere sotto attenzione», dice il primo cittadino. Basta chiedere a qualunque sindaco, dirà le stesse parole.
La responsabilità
«Nei casi di bullismo e violenza tra giovani, il primo pensiero va naturalmente a chi ha subito: occorre proteggerlo, sostenerlo e aiutarlo a recuperare sicurezza e fiducia», avvisa Giorgia Sanna, pedagogista. «Ma un lavoro altrettanto importante riguarda chi ha agito la violenza: non basta fermare il comportamento, bisogna accompagnare alla comprensione della sua gravità, al riconoscimento del danno provocato e all’assunzione di responsabilità». Nel gruppo, sottolinea, «può crearsi un meccanismo di rinforzo reciproco: anche chi assiste, incoraggia, filma, commenta o condivide può contribuire a mantenere viva la dinamica, soprattutto quando questa prosegue online. La distanza dello schermo può inoltre attenuare la percezione immediata dell’effetto che le proprie parole hanno sull’altro: non vederne lo sguardo, la reazione o la sofferenza può rendere più facile usare un linguaggio aggressivo o svalutante».
Cercare il dialogo
E poi, puntualizza la dottoressa Sanna, «ci siamo noi adulti. Famiglia, scuola e comunità educante non possono delegarsi reciprocamente il problema: educare significa anche offrire modelli credibili, nel linguaggio che usiamo e nel modo in cui ci relazioniamo agli altri. Se gli adulti normalizzano aggressività, svalutazione o derisione, il messaggio educativo perde forza. Occorre quindi prestare attenzione alle dinamiche tra pari e agli spazi digitali, creando occasioni in cui i giovani possano parlare e imparare che prendere posizione di fronte alla prevaricazione è una responsabilità di tutti».
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