È da quella volta, nel 2004, dopo aver conquistato Cannes con “Old Boy”, che Park Chan-Wook viene riconosciuto, anche dalle nostre parti, tra le personalità più influenti del cinema. Premiato da una giuria presieduta nientemeno che da Quentin Tarantino, è bastato sentirgli affermare: “è il film che avrei voluto girare io” per realizzare che il maestro coreano, da quel momento, non sarebbe più sfuggito ai radar dei cinefili incalliti. In un periodo in cui l’offerta asiatica ha attecchito anche sul suolo occidentale - si pensi, tra i tanti esempi, al fenomeno televisivo di “Squid Game” - non stupisce che sempre più pellicole si facciano strada dall’Oriente, confrontandosi ad armi pari con le altre proposte del mercato internazionale. Tra esse trova spazio anche “No Other Choice”, presentato in concorso a Venezia e nominato alla recente cerimonia dei Golden Globe. Evolvendo ancora una volta lo stile tipico del suo autore, il film, ispirato al romanzo “The Ax” di Donald E. Westlake, delinea il profilo di un antieroe moderno, gravato dalle storture sociali nell’espressione della sua identità e ridotto alle azioni più deplorevoli pur di provvedere ai propri bisogni.
La storia
Dopo venticinque anni trascorsi come dipendente di un’azienda cartaria, Man-soo può vantare una vita apparentemente perfetta, scandita dall’affetto di moglie e figli e rinsaldata dalle sicurezze di una casa ampia e confortevole. Quando, tuttavia, i partner americani decidono di licenziare in tronco buona parte dei dipendenti, il mondo improvvisamente sembra crollargli addosso: le nuove opportunità professionali scarseggiano, per gestire le spese è costretto a mettere in vendita l’abitazione, la famiglia sembra farsi più distante e, soprattutto, comincia a insinuarsi nella sua mente l’immagine di un fallito. Logorato dalla crisi, Man-soo affronta nel frattempo i colloqui di lavoro, consapevole che molti altri, più qualificati di lui, potrebbero fregargli il posto. E se invece i candidati venissero tolti di mezzo? Ma anche in quel caso, come mantenere il segreto, tenendo all’oscuro gli affetti e le forze dell’ordine?
Applausi
Per chi lo segue fin dalle prime apparizioni, rimarrà evidente la sensibilità artistica di Chan-Wook: attraverso un gioco imprevedibile di inquadrature, transizioni visive e audaci movimenti di macchina - a cui si aggiunge la scelta di musiche orchestrate, calzanti ed evocative - la trama e i personaggi acquistano potenza scenica e respiro lirico, al punto da irrompere oltre lo schermo, sostenendo il loro carico di drammaticità senza eccedere in forzature. Il registro da racconto noir s’intreccia a quello farsesco, innescando un saliscendi emotivo che - anche nei suoi picchi e nei momenti più disturbanti - non cede mai a un estetismo fine a sé stesso. Il carattere malinconico e, in certi casi, tragicomico dell’opera è anche merito dell’immersione offerta dai protagonisti, in particolare dell’eccellente prova di Lee Byung-hun, che, assumendo il profilo di un individuo afflitto e alienato, rimbalza vertiginosamente tra impotenza, disperazione e cinismo più bieco.
Come un marchio di qualità consolidato, “No Other Choice” conferma le abilità peculiari del filmmaker, regalandoci un’esperienza cinematografica che rimane impressa anche al termine della proiezione, senza far rimpiangere il prestigio dei suoi passati capolavori.
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