INVIATA
Monastir. Sotto il sole ancora cocente di fine settembre due uomini percorrono a piedi la strada che dal Cas, il centro di accoglienza straordinaria, porta a Monastir. Sono alcuni degli ospiti dell’ex scuola della polizia penitenziaria, che da 12 anni accoglie parte dei migranti che arrivano in Sardegna, e che da giugno, in coincidenza con l’istituzione di un hotspot nella struttura, sta creando non pochi problemi di sicurezza.
Gli umori
L’ultimo grave episodio risale a giovedì e alla spedizione punitiva organizzata da un gruppo di ragazzi del posto ai danni di quattro algerini per delle offese subite in un bar. «Non sono razzista, ma sarebbe bene che venissero rispediti al loro paese», commenta un abitante di Monastir. «Siamo costretti a guardarci le spalle a casa nostra, soprattutto in determinate ore della giornata: noi li ospitiamo e loro delinquono. Infastidendo la gente per strada, anche solo verbalmente, dimostrano una totale mancanza di rispetto e molta stupidità», spiega una signora più avanti mentre scarica le buste della spesa dall’auto. «Mia figlia quando li incontra per strada cambia tragitto per paura di essere seccata o peggio: vederli circolare indisturbati mentre noi temiamo che accada l’irreparabile da un momento all’altro è insopportabile», racconta invece un uomo intercettato in via Progresso, tra le poste e il municipio. L’edificio da dove la sindaca Paola Ugas, eletta nel giugno 2025, sta provando ad affrontare, per quanto possibile, l’emergenza.
La gestione
«Monastir è diventato il paese dei migranti», sottolinea sconsolata la prima cittadina: «Da 15 mesi segnaliamo la situazione in Prefettura, non ci hanno lasciati soli ma siamo preoccupati per la tenuta sociale: la percezione da parte della cittadinanza è di un’invasione, su nemmeno 5mila abitanti 800 presenze in più si fanno sentire. L’episodio di giovedì va condannato ma è sintomatico di un disagio e dell’insofferenza per una situazione che subiamo in maniera totale». Sulla strada per il Cas, nella zona industriale di Monastir, la sindaca fa notare «i rifiuti che i migranti lasciano in giro e il danno d’immagine per il paese: gli imprenditori vengono qui e si informano, e se avevano intenzione di investire ci ripensano». Intanto all’orizzonte compaiono altri due uomini, che rientrano al Cas. Da qui gli ospiti della struttura si muovono verso tutto il territorio: procedendo sulla strada di San Gemiliano, dove sorge il centro, si arriva, ad esempio, dritti a Sestu.
Sul territorio
«Il problema non si ferma ai cancelli del centro: Sestu non ospita formalmente la struttura, ma ne subisce direttamente gli effetti», spiega il sindaco Michele Cossa: «Per venire qui percorrono la strada di San Gemiliano, dove molte ragazze svolgono attività sportiva, e con queste ragazze alcuni ospiti del centro di Monastir si sono lasciati andare a comportamenti sconvenienti: è inaccettabile, il senso di insicurezza sta sconvolgendo il paese, ci stanno costringendo a cambiare abitudini». La soluzione? «Servono più controlli, un coordinamento stabile tra Prefettura, forze dell’ordine e comuni interessati e un presidio adeguato del centro che consenta di liberare uomini da destinare al pattugliamento dei territori vicini, coinvolgendo l’Esercito, se necessario», dice ancora il primo cittadino di Sestu: «Stiamo aspettando che la Prefettura convochi un tavolo per affrontare la questione. Non voglio alimentare allarmismi né generalizzare, ma i problemi vanno affrontati prima che degenerino, anche perché sta prendendo piede l’organizzazione di ronde, ed è pericolosissimo».
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