Prima di diventare una coppia inscindibile sul lavoro, colonna portante della Squadra Mobile di Cagliari e protagonisti delle principali inchieste contro le organizzazioni criminali specializzate nello spaccio, hanno fatto “palestra” in Sicilia, negli anni del maxi processo a Cosa Nostra e della guerra Stato-mafia. Vincenzo Policheni, il giorno della strage di via D’Amelio costata la vita al giudice Paolo Borsellino e a cinque agenti della scorta, compresa Emanuela Loi, la poliziotta di Sestu, era a poche centinaia di metri: «Ho sentito il boato e visto la colonna di fumo. In un minuto ero lì. Ho incrociato Antonio Vullo, unico sopravvissuto della scorta e ferito gravemente. Ho ritrovato io la pistola di Emanuela. Una scena apocalittica, impossibile da dimenticare: fiamme, distruzione e un odore che sento ancora nel naso». Natale Casile invece ha iniziato la sua storia nella Polizia con i piantonamenti in ospedale, a Palermo, dei più grandi mafiosi, «li ho conosciuti praticamente tutti», e lavorando nelle strade e nelle piazze palermitane più temibili, «imparando così tantissimo».
L’esperienza
I due sono nati, come poliziotti, nella scuola di Polizia di Alessandria e, dopo l’esperienza palermitana, si sono incontrati nuovamente a Cagliari, a fine anni Novanta, per diventare gli “Starsky & Hutch”, come li ama definire il loro ultimo dirigente Davide Carboni, della Squadra Mobile. E insieme, a 60 anni, sono andati in pensione. «Due colonne dell’ufficio, due uomini che hanno incarnato il senso più autentico del servizio. La loro dedizione è stata totale, senza compromessi», sono le parole usate dagli uffici della Questura per descrivere il sostituto commissario Casile, nato a Reggio Calabria, e l’ispettore Policheni, di Locri, oramai cagliaritani d’adozione. «La nostra vita è qui», dicono.
Nessun orario
Dopo i primi anni di servizio in Sicilia, Casile è tornato nella sua Reggio Calabria alle volanti. Nel 1996 il trasferimento a Cagliari, prima alla Squadra Volante poi, nel 2000, alla Mobile ritrovando l’amico fraterno Policheni. Hanno scritto la storia della Narcotici prima e della Criminalità diffusa poi. «Ci siamo occupati delle inchieste più grosse nei traffici di droga», evidenzia Casile. «Da quelle condotte nelle principali piazze dello spaccio, a quelle enormemente delicate come Biancaneve, nel 2008, per il coinvolgimento di due carabinieri, Compagnie delle Indie, nel 2010, che ha visto indagati anche degli agenti, o Primavera Fredda, sgominando due organizzazioni capaci di importare enormi quantitativi di cocaina in Sardegna». Policheni conferma: «Con Natale, collega unico, abbiamo portato avanti alcune delle indagini più importanti sullo spaccio di droga mai fatte dalla Mobile». Sempre senza guardare l’orologio, trascurando famiglia, passioni e amicizie. E centinaia di arresti e attività investigative su criminalità straniera, omicidi, violenze sessuali e sfruttamento della prostituzione.
I criminali
Da molti anni non avevano più bisogno di guardare foto segnaletiche di pregiudicati o di spulciare negli archivi alla ricerca di nomi, soprannomi e indirizzi di trafficanti, spacciatori o vedette. Conoscevano a memoria ogni informazione utile per avviare e portare a termine un’inchiesta antidroga. «Con i criminali ho avuto sempre il massimo rispetto», dice Casile. «Oramai», aggiunge ridendo Policheni, «sembravano far parte della nostra famiglia». Durante blitz, perquisizioni e operazioni, non avevano bisogno di dialogare: «Con Vincenzo, il collega che chiunque vorrebbe avere al suo fianco, ci bastava uno sguardo o un gesto per capirci», spiega ancora Casile. Entrambi ringraziano tutti i dirigenti della Mobile (da Maria Rosaria Maiorino fino a Carboni, passando per gli altri, e in particolare dal mai dimenticato Oreste Barbella) e i colleghi. «Questi 39 anni sono stati una bellissima avventura. Ora mi dedicherò alla famiglia, alla vela e agli altri hobby. Nella mia Cagliari», conclude Casile. L’amico Policheni ammette: «Vado via con rammarico perché il lavoro che ho fatto mi piaceva tantissimo e ci ho messo tutta la mia passione. Adesso avrò del tempo per la mia famiglia che ho trascurato, soprattutto per mia moglie che si è sacrificata tanto». E lui, soprannominato “il siciliano”, l’ultimo giorno di servizio lo ha trascorso partecipando in prima persona al sequestro di una piantagione di cannabis, lasciando il suo ufficio poco prima della mezzanotte.
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