Export Sardegna: -11,4%. Persi 760 milioni in un anno. Cna: «Puntare su mercati alternativi agli Usa»
Numeri al ribasso legati all'andamento del comparto petrolifero raffinato, ma anche l’agroalimentare fa registrare una flessione dell’1,7%. Bene il settore chimico (+12,4%)(Ansa)
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Deciso calo dell’export regionale, anche a causa dello uno scenario internazionale segnato da crescenti tensioni geopolitiche. È quanto segnala l’ultimo report diffuso dal Centro Studi di Cna Sardegna che ha analizzato l'andamento delle esportazioni della Sardegna nel corso del 2025 alla luce degli scossoni prodotti dalla politica dei dazi introdotti dagli stati Uniti a partire dal 1 aprile dello scorso anno.
I dati mostrano, viene sottolineato, «preoccupanti segnali di indebolimento». Il valore complessivo delle esportazioni di prodotti sardi è calato del -11,4%, passando da 6,7 a 5,9 miliardi di euro: una perdita di oltre 758 milioni di euro.
Il dato risente in maniera determinante dell'andamento del comparto petrolifero raffinato, che da solo rappresenta circa il 75% dell'export regionale. Al netto del petrolifero, la flessione si riduce a -1,1%. Il manifatturiero non petrolifero chiude il 2025 sostanzialmente in pareggio (+2,9%), sostenuto dalla performance eccezionale del settore chimico (+12,4%). In prospettiva, nel 2026 si attende una ripresa delle esportazioni petrolifere, favorita dall'aumento delle quotazioni del greggio: a marzo 2026 il Brent ha già superato i 100 dollari al barile.
Il settore agroalimentare chiude il 2025 con una flessione del -1,7%, ma la lettura dei dati mensili rivela una dinamica ben più preoccupante. Dopo una prima parte dell'anno sostenuta dall'effetto front-loading americano (acquisti anticipati in previsione di futuri dazi), i mesi finali del 2025 hanno registrato un brusco rallentamento.
Nel dettaglio, formaggi e derivati del latte fanno registrare un -1,9% (quota 64,6% dell'export agroalimentare), mentre il Pecorino Romano verso gli USA un calo costante da agosto a dicembre (-30%, -2,4%, -8,8%, -12%, -18%) con il dato annuo -2,8%. Ancora: vini e bevande a -9,4% e l’olio a -21,3%, dopo anni di crescita ininterrotta.
«Il mercato americano – evidenzia Cna – rappresentava tra il 2023 e il 2024 circa il 10% del valore totale dell'export sardo. Il calo registrato nell'export complessivo verso gli Usa - da quasi 234 milioni di euro nell'ultimo trimestre 2022 a meno di 45 milioni nello stesso periodo del 2025 (-81% in tre anni) - è da attribuire quasi integralmente al comparto petrolifero raffinato, la cui quota sul mercato USA è crollata dal 10% al 2,4% del totale settoriale. L'agroalimentare è diventato il primo settore esportatore verso gli Usa, con circa 130 milioni di euro nel 2025. Il mercato americano assorbe ancora oltre il 52% delle vendite di prodotti alimentari isolani». «L'incertezza commerciale - tra minacce di dazi, sentenze della Corte Suprema americana che non hanno toccato i dazi settoriali su acciaio e alluminio, e aumento dei costi di trasporto legato alla guerra in Iran - rappresenta un rischio sistemico per le imprese esportatrici sarde», spiega Cna che individua due gruppi strategici di mercati alternativi per il rilancio dell'export agroalimentare: mercati maturi (Spagna, Canada, Australia) ed emergenti (Polonia, Corea del Sud, Emirati Arabi) per ridurre la dipendenza dal mercato americano.
«I dati del 2025 - dichiarano Luigi Tomasi e Francesco Porcu, rispettivamente presidente e segretario regionali di Cna Sardegna - confermano la fragilità strutturale del nostro sistema export. Quando quasi tre quarti delle nostre vendite all'estero dipendono da un unico settore, il petrolifero,e le eccellenze agroalimentari che costruiamo in decenni di lavoro rischiano di perdere il loro principale mercato di sbocco per ragioni geopolitiche su cui non abbiamo alcuna leva, il tema della diversificazione cessa di essere una scelta strategica e diventa un'urgenza. Chiediamo con forza – concludono Tomasi e Porcu - che la Regione e il Governo nazionale mettano in campo strumenti concreti di supporto all'internazionalizzazione, a partire da risorse dedicate alla penetrazione di nuovi mercati per le nostre Pmi agroalimentari. Serve, inoltre, un piano integrato di promozione che coinvolga le nostre imprese artigiane e le accompagni in questa transizione».
