Nell’universo di Maria Lai col podcast “Il nastro celeste”
Con Paola Pilia 5 puntate su Spotify e Unionesarda.itPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Era l’8 settembre 1981 quando Maria Lai legò Ulassai alla montagna, con un lungo nastro celeste che andò di casa in casa, superando confini e antichi rancori. Quarantacinque anni dopo, Paola Pilia, 46 anni, giornalista, direttrice dell’emittente televisiva Tcs, e seguitissima voce di Radiolina, ripercorre quello storico evento attraverso un podcast, “Il nastro celeste” in arrivo domani su Spotify e Unionesarda.it che lo produce. Colonna sonora originale di Matteo Gallus e Andrea Lai, montaggio e post-produzione video di Massimo Sulis.
Il podcast è finanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma NextGenerationEU e dal Comune di Ulassai, la Fondazione Stazione dell’Arte Camuc, la Regione Sardegna e il Ministero della Cultura.
«È la quintessenza di un lavoro giornalistico» spiega Lorenzo Paolini, condirettore de L’Unione Sarda e suo direttore editoriale, «e sono molto contento che il nostro giornale abbia dato il suo contributo, perché stiamo parlando della prima attività di arte sociale che mi viene in mente, che al di là delle implicazioni artistiche ne propone alcune antropologiche che sono emozionanti ancora oggi. Ma Maria Lai era assolutamente geniale, una volta la vidi a casa di Antonio Marras fissare un muro per ore. Quando le chiesi il perché, mi rispose “aspetto che mi parli”».
Paola Pilia, cinque puntate per raccontare un evento che ha contribuito a cambiare un paese, Ulassai. Il suo paese.
«È una storia che fa parte della mia memoria, anche perché l’ho sempre sentita raccontare. Non lo chiamavano “legare la montagna” ma “il giorno dei nastri”, e ho scoperto che c'è un video in cui anch'io prendo questo nastro celeste. Negli anni ho pezzetti di questa storia che si aggiungevano al racconto, che alla fine mi sono decisa a raccontare».
Tutto nasce dalla richiesta di realizzare un monumento ai caduti.
«Proprio così. Lei però si rifiuta, ma convince il sindaco a realizzare quest’opera che non vuole essere un monumento, ma costruire relazioni umane; una cosa già all’avanguardia adesso, figuriamoci allora. Dapprincipio nessuno la riconosce come un’opera d’arte perché non produce oggetti, e questo alimenta le polemiche. Tutto all’interno di uno scontro politico mostruoso, perché siamo alla fine degli anni Settanta, pochi anni prima c’è stato il sequestro Moro, è tramontato il compromesso storico e Dc e Pci stanno litigando furiosamente anche a Ulassai».
Il podcast, quindi, usa l’evento in sé come lente di ingrandimento su un preciso momento storico.
«In un certo qual modo, anche. C'è poi il racconto di come si realizza l’opera e tutta l'eredità, cioè quello che è successo dopo, con la donazione da parte di Maria Lai di 140 sue opere, che andranno nella Stazione dell’Arte, il museo che nasce a suo nome e che diventa un punto di riferimento per l'arte, soprattutto contemporanea: Ulassai inaspettatamente si mette in dialogo artistico con il resto del mondo».
Che valore ha oggi, in retrospettiva, parlare di quell’evento?
«Intanto è una storia bellissima e, diceva anche Maria Lai, c'è bisogno di storie, e questa mi sembrava la storia giusta per un podcast perché mette insieme valori importantissimi: intanto quella di una donna all'avanguardia, avanti su tutto, che lotta contro tutti per realizzare quest’opera. Quindi il valore del coraggio, della libertà, della lungimiranza perché l'opera in sé ha dei valori straordinari, poiché di fatto obbligava le persone a confrontarsi anche se non andavano d'accordo, dovendo legare fisicamente le case tra di loro. A distanza di 45 anni, le persone che ho intervistato dicono che quell'opera ha cambiato la comunità e non solo dal punto di vista economico».
Potremmo dire che Maria Lai ci ha insegnato che non solo d’arte si mangia, ma si vive.
«L’arte entra nelle nostre case e ci costringe a guardarci negli occhi. Questa è una domanda ricorrente, tra l'altro, che io ho fatto tutte le persone che sono intervenute come Paolo Fresu, Francesco Abate, Elena Pontiggia: l’arte può cambiare la vita delle persone può addirittura trasformare le comunità. Il podcast vuole essere anche questo una riflessione sul ruolo della cultura e dell'arte secondo. “Legarsi alla montagna” è stata un’idea rivoluzionaria».
