Le navate del Duomo di Milano, testimoni di secoli di storia e preghiera, hanno accolto, mercoledì scorso, le voci di due eccellenze corali della Sardegna.

Il coro Santa Cecilia di Tresnuraghes e il coro Amici della Musica di San Vero Milis hanno animato con solennità la Santa Messa feriale nella memoria liturgica di Santa Caterina da Siena, offrendo alla cattedrale ambrosiana un momento di rara intensità spirituale e musicale.

A guidare le due formazioni dal podio è stata Ramona Careddu, soprano laureata in canto al Conservatorio di Cagliari. «Unire due cori in un’unica voce, in un luogo come il Duomo di Milano, è stata un’emozione indescrivibile», racconta la direttrice. «Ho cercato di valorizzare l’identità di ciascun gruppo, mantenendo l’equilibrio che una celebrazione liturgica richiede. Ogni brano era al tempo stesso una preghiera e un dono».

La sua direzione esperta, impreziosita dal timbro della sua voce di soprano, ha saputo tenere insieme le due anime corali in un’unica preghiera cantata che si è distesa nell’acustica monumentale della cattedrale. Al suo fianco, all'organo, il Maestro Marco De Vita ha dialogato con le voci con quella maestria capace di fare del grande strumento non un semplice accompagnamento, ma un interlocutore musicale a pieno titolo.

Alla solennità artistica si è intrecciata una dimensione umana e spirituale altrettanto profonda.

La celebrazione eucaristica è stata presieduta da Monsignor Fausto Gilardi, Canonico penitenziere del Duomo di Milano, e concelebrata da don Andrea Manca e da don Gianluca Romano, preposto della Parrocchia di Sant'Elena a Milano e amico del parroco di casa. «La presenza di don Andrea ha dato un significato ancora più pieno a questa trasferta», sottolinea Careddu. «Non eravamo soltanto coristi ospiti in una grande cattedrale: eravamo una comunità che portava la propria fede e la propria musica sull'altare del Duomo. Un atto profondamente comunitario».

Un pezzo di Sardegna, insomma, ha risuonato tra le guglie di Milano. Per i coristi, per la loro direttrice, per don Andrea e per tutti coloro che hanno vissuto quel momento, il ricordo di quelle voci che salivano verso le volte gotiche accompagnate dall’organo resterà indelebile. «È un traguardo artistico di cui essere orgogliosi», conclude Careddu, «ma soprattutto è stata un’esperienza umana che ci ha arricchiti tutti. Canteremo ancora a lungo con quel suono nell’anima».

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