D a chi ha indagato nelle pieghe della storia può giungerci, se si sa catturarlo, un raggio di luce. Poco più di un secolo fa, a un anno di distanza l’uno dall’altro, Oswald Spengler e Johan Huizinga pubblicarono i loro capolavori, che nei titoli avevano prospettive simili: “Il tramonto dell’Occidente” e “L’autunno del Medioevo”. Le conclusioni però non sono analoghe. Quella dello storico tedesco è disperante, quella dello storico e linguista olandese prospetta barlumi di speranza. Spengler, avvertiti i sintomi del decadimento, profetizza la fine della civiltà e della cultura dell’Occidente: una fine senza scampo, una strada senza ritorno. Huizinga, invece, pur considerando i secoli XIV e XV le pietre tombali del medioevo, assemblatore della civiltà occidentale, non si abbandona allo scoramento. Anzi. È vero che essi hanno chiuso un’epoca giunta al suo autunno, ma sono stati gli incubatori dell’Umanesimo e del Rinascimento, epoca di splendore. Oggi abbiamo la percezione di vivere in un crepuscolo, la cui residua luminosità si sta affievolendo. Spetta a noi evitare il declino totale dando un senso compiuto a nuove forme di vita e di pensiero, a esperienze intellettuali e artistiche. Dall’intelligenza artificiale coniugata con quella biologica dobbiamo fare scaturire una scintilla spirituale, un nuovo Umanesimo, un nuovo Rinascimento. Un nuovo Occidente.

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