V i andavamo, allegri e spensierati, con i nostri genitori; abbiamo continuato a andarci, con la stessa frequenza, da giovani aspiranti genitori e poi con i nostri figli; ora, i più anziani, ci vanno con i nipoti. La meta era ed è via Sonnino 175, Chez les negres, la pasticceria. Per certuni, i più golosi e con la glicemia in ordine, è stata e lo è tuttora una meta abituale; per gli altri un momento profumato e ghiotto della domenica mattina. Quando quell’insegna comparve nel 1964 nessuno si scandalizzò per quelle tre parole. Nel linguaggio allora corrente non era offensivo fare riferimento alla negritudine, che era considerata un valore alternativo o aggiuntivo. Romanzi di successo, film, canzoni, opere d’arte vi si rapportavano senza spiacevoli sottintesi. La subcultura woke era di là da venire. Non sapevamo che alcuni vocaboli sono “politicamente scorretti”: una strampalata locuzione inventata dalla cosiddetta intelligenza progressista. Chi, conservatore di idee e di linguaggio, è caduto nella trappola, è stato espulso con ignominia dal contesto civile. I tribunali politici della dittatura woke sono inflessibili. I suoi seguaci sono imbevuti di un’ideologia intollerante persino delle piccole cose. Come quei turisti francesi, che hanno definito razzista l’insegna di una pasticceria Chez le negres. E quei piccoli ayatollah nostrani che vogliono dargli retta.

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