S ono cambiate così tante cose, così in fretta e spesso così in peggio, che oggi a nominare il caso Lewinsky sembra di evocare le guerre puniche. Invece non sono passati neanche trent’anni. E sicuramente qualcuno ricorderà la lezioncina che ci facevano i corrispondenti dagli Stati Uniti: agli occhi degli americani il punto imperdonabile non è che il presidente abbia fatto sesso extraconiugale, ma che negandolo abbia mentito al popolo. E a noi in fondo questa cosa piaceva. Perché gli americani erano molto più ricchi e forti e prepotenti di noi. Però noi avevamo Andreotti, capito? Loro erano dei mammalucchi fissati con la sincerità e noi, abituati alle verità taciute e alle ipocrisie andate a scuola dai gesuiti, ci sentivamo dei disincantati dignitari di corte bizantini.

Trent’anni dopo gli americani hanno al potere un patacca che se vede per strada la verità cerca di investirla. E molti si sono così abituati a bersi le invenzioni del capo (qua ci starebbe bene un elenco delle balle di Trump, ma solo per quelle di aprile servirebbe un inserto) che ormai credono quel che li gratifica di più. Pure che il Bugiardo in capo l’attentato se lo sia fatto da sé. E noi qui a sgranare gli occhioni all’idea che forse hanno fatto marameo a Mattarella e i presupposti della grazia a Minetti non c’erano. Ma dimmi tu.

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