CRONACA SARDEGNA - SULCIS IGLESIENTE

l'inchiesta

Inquinamento, affari immobiliari e la fuga dell'Eni dalle miniere

Le false rassicurazioni dei vertici della società di Stato a papa Wojtyla e agli operai
la miniera di monteponi (archivio l unione sarda)
La miniera di Monteponi (Archivio L'Unione Sarda)

Non è dato sapersi se Franco Reviglio, potente presidente dell'Eni, e Alberto Grotti, presidente della Samim, quel lontano 18 ottobre 1985, in fondo ai pozzi della miniera di Monteponi, abbiano avuto l'ardire di chiedere al Santo Padre l'indulgenza plenaria, per loro e per la società di Stato. Di certo ne avrebbero avuto ben donde. Non solo per i peccati presenti ma soprattutto per quelli futuri. Difficile, però, ottenere l'assoluzione ad aeternum. Quel giorno, con lo sguardo pregante, ci hanno provato in tutti i modi. Senza riuscirci. Hanno fatto carte false per segnare a fuoco la visita di Karol Wojtyla nelle viscere della terra.

La storica visita

Casco marchiato Samim, sottoprodotto dell'Eni, società delegata a gestire metallurgia e miniere nella povera Sardegna. L'obiettivo era uno spot-bontà per una società abituata a non guardare in faccia nessuno. In Sardegna, del resto, dalla petrolchimica alle miniere, l'ente di Stato c'era arrivato per ordini superiori. Con la fine dell'Egam, società a trazione pubblica, naufragata tra i debiti, lo Stato, nel 1978, aveva dato mandato all'Eni di occuparsi delle profondità sarde. Estrarre pietre cariche di metalli, piombo, zinco e argento, per poi spedirle nei potenti impianti metallurgici di Portovesme e San Gavino.

Accompagnano il Vescovo di Roma al cospetto dell'inferno, per esaltare la forza del Cane a sei Zampe. Reviglio e Grotti sanno bene quel che hanno in testa ma un vuoto di memoria li colpisce per tutta la giornata. Il film che raccontano al successore di Pietro è una professione di fede. Parla Reviglio, presidente del colosso di Stato. Le sue parole sono sussurrate, mai scandite, come se nemmeno lui avesse mai avuto l'ardire di crederci: «Siamo qui per rispondere ad un'esigenza sociale, ancor prima che per soddisfare esigenze di carattere economico. Grazie a noi la Sardegna sta rinascendo». L'economista socialista a capo della compagnia petrolifera che fu di Mattei maneggia l'enciclica del lavoro con una disinvoltura magistrale. In pubblica piazza arriva a dire: «I sardi hanno alle spalle una storia millenaria di sacrifici, di lotte, di impegni duri e quotidiani da cui sono sempre usciti più forti e sicuri». Aveva ragione, ma ancora i sardi non avevano conosciuto l'immensità delle promesse disattese dall'Eni.

Prima di scendere nel pozzo a meno duecento metri, scavato per emungere l'acqua di mare e aggredire le vene minerarie più ricche, Reviglio si rivolge al Santo Padre: «A Lei Santità garantiamo che nessun investimento economico e di conoscenze tecnologiche avrebbe senso se non si poggiasse sulla sicurezza della volontà degli uomini. Santità - azzarda - la sua presenza è per noi la più alta riaffermazione del diritto di ogni uomo a vivere in un mondo più sicuro e più giusto». Il Papa non lo sa, ma pochi anni dopo quelle parole risuoneranno blasfeme.

Promesse disattese

Quel pozzo infinito, costato oltre 70 miliardi di lire, servirà ad estrarre dalle profondità più remote, a 364 metri sottoterra, il minerale più ricco. In sostanza per accaparrarsi la polpa e poi chiudere tutto e scappare. Eppure, quasi come monito premonitore, il Papa Santo li aveva avvertiti, guardandoli dritti negli occhi: «Incrociare le braccia è un pericolo sociale e morale. L'uomo è chiamato al lavoro, ha il dovere del lavoro, e quindi anche il diritto al lavoro». I dati diranno tutt'altro. In questa terra scavata e depredata, violentata nel paesaggio, inquinata nelle discariche, in meno di cinque anni l'Eni semina il panico, rade al suolo speranze, umilia la dignità degli uomini.

Il censimento più credibile dei dati è proprio quello che l'Eni trasmette segretamente all'Unione Europea per spiegare che la montagna di soldi che ha ricevuto dallo Stato non erano un aiuto fuori legge. L'Eni si vanta dei risultati raggiunti. Scrivono, sperando di non essere letti in terra di miniera: «Le risorse le abbiamo utilizzate per razionalizzare», termine in voga in quegli anni per spendere e spandere licenziamenti, prepensionamenti e cassintegrazione.

Numeri pesanti

Nel settore minero-metallurgico in capo all'Eni, a dicembre del 1991 ci sono 10.200 lavoratori. Al 30 aprile del 1996 ce ne saranno 2.800. Settemila quattrocento lavoratori sono finiti a casa. Senza lavoro e senza futuro, né per loro, né per i loro figli. Altro che indulgenza plenaria. Idem per il carbone. L'Eni mette mano anche alla pietra nera, ma non è petrolio. Scavano una discenderia grande come un'autostrada inclinata. Dalla superficie sino al cuore del giacimento carbonifero. Investimenti incontrollati, spese ciclopiche e poi la fuga. L'ennesima. Il progetto era segnato: separare le attività strategiche e far morire le attività in perdita. Scorporano gli impianti metallurgici di Portovesme da quelli estrattivi. Le fabbriche che guadagnano le vendono, le miniere le chiudono, senza colpo ferire. Hanno preso soldi pubblici a valanga, hanno prosciugato i filoni più redditizi del sottosuolo, e poi, senza farsi carico di messa in sicurezza, ripristino e bonifica ambientale se ne sono andati, nonostante la rivolta dei pozzi.

È il 1992. I minatori si barricano dentro le miniere con migliaia di chili di esplosivo, pronti a tutto, ma l'Eni non ne vuole sentire. Vuole liberarsi di tutto. I piani di riconversione restano carta straccia nelle stanze del palazzo verde ghiaccio dell'Eur a Roma. La politica sarda media, anzi, si fa fregare. Miniere, lavoratori e disastro ambientale passano di punto in bianco in capo alla Regione. Carbosulcis compresa. All'Eni i soldi e le attività che producono utili, alla Regione un disastro industriale e ambientale senza precedenti. È la vigilia di Natale. 22 dicembre 1995. La trattativa tra Regione ed Eni è al buio. Un salto nel vuoto per viale Trento. Ignorano i costi delle bonifiche e nel contempo, però, chiudono la partita immobiliare. Villaggi abbandonati, devastazione strutturale e ambientale in mezza Sardegna. Milioni di metri cubi di fanghi di flottazione, residui dell'estrazione dei metalli pesanti, sospesi tra dighe senza argini e corsi d'acqua pronti a contaminare di tutto e di più.

Il patrimonio immobiliare

La Regione incamera tutto o quasi. Restano fuori i gioielli, gli unici con un potenziale turistico immediato. L'intesa lo dice senza mezzi termini: i beni relativi all'ex Colonia marina di Funtanazza restano nella proprietà della Snam spa, il braccio immobiliare dell'Eni. Nell'accordo scrivono persino la motivazione: realizzazione di una struttura ricettiva alberghiera in proprio o da parte di terzi. C'è solo una clausola ripetuta obbligatoriamente in tutti i contratti di cessione di quella struttura: se entro cinque anni dal rilascio delle autorizzazioni la struttura alberghiera non sarà realizzata la Snam, ovvero l'Eni, o chi per loro, perderà il possesso e la struttura sarà trasferita al comune di Arbus. Passa qualche anno e scende in campo l'Immobiliare Metanopoli, l'ennesima scatola cinese dell'Eni. L'annuncio sul Corriere della Sera, che riproduciamo, è roboante: vende, Sardegna, Costa Verde, località Funtanazza, centro turistico, con tanto di volumetrie e una dichiarazione da far arrossire anche il peggior millantatore. Recita l'annuncio: volumetria esistente 30.000 metri cubi, progetto approvato per 70.000. Da quell'annuncio sono passati vent'anni e la vecchia colonia dei figli dei minatori, nello splendido scenario tra Ingurtosu e Montevecchio, è ogni giorno di più un rudere. Dimenticata per sempre la clausola vincolante che aveva previsto dopo cinque anni dalla mancata realizzazione dell'albergo la restituzione dell'immobile al comune di Arbus. Se ne sono dimenticati tutti.

Il danno e la fuga

In ballo ora, però, c'è una partita ben più rilevante. Il danno ambientale, da nord a sud dell'Isola, la distruzione di una civiltà mineraria unica nel suo genere. L'Eni è scappata, e l'hanno lasciata scappare. Nessuna causa di risarcimento danni. Qui, come per la petrolchimica, la regola di chi inquina paga non vale. Ora si prova a fare i conti di quel misfatto in terra sarda, di quella fuga dell'Eni senza risarcimento. La sola messa in sicurezza dei compendi minerari, da Iglesias a Buggerru, da Guspini ad Arbus, costa una valanga di denari, quasi trecento milioni di euro, 294 milioni 350mila euro dice il calcolo esatto delle bonifiche necessarie nelle aree storiche, dai cantieri di Levante e Ponente a Montevecchio, da Masua sino a Malfidano a Buggerru, per giungere al cuore estrattivo della valle di San Giorgio ad Iglesias, con Monteponi, Campo Pisano, San Giovanni e Monte Agruxiau.

E poi ci sono villaggi, alberghi, ville, scuole, gallerie, strutture di archeologia industriale uniche nel loro genere, per tecnologia e valore architettonico. Un'immensità che si sta riducendo in polvere di miniera. Su tutto incombono le dighe degli sterili, fonte infinita di inquinamento di metalli pesanti. Gli australiani, quelli dell'oro di Furtei, però, gli hanno messo gli occhi addosso. Ma questa è un'altra pagina della storia infinita dello sfruttamento indiscriminato della Sardegna.

Mauro Pili

(giornalista)

© Riproduzione riservata

COMMENTI


UOL Unione OnLine

Più Letti
Loading...
Caricamento in corso...

}