ECONOMIA

APPROFONDIMENTO

Torbato, il fascino di un vitigno

Giampaolo Parpinello, dopo aver diretto e seguito per oltre 40 anni diverse realtà vinitivinicole tra le più importanti dell'Isola ha deciso di realizzare il sogno di una vita
la famiglia parpinello (foto roberto ripa)
La famiglia Parpinello (foto Roberto Ripa)

Pensate a un crociato in Terra Santa, angolo del mondo già allora vocato alla viticoltura. Nobile o contadino, questo uomo del Medioevo lontano dalla sua terra si fa trascinare dalla sua passione per la vite e per il vino, tanto da tornare a casa con talee da coltivare. Rametti custoditi come allora si poteva, in qualche ripostiglio di fortuna tra i bagagli rudimentali, borracce, teli e casse. Con un più grande salto nel passato, immaginate navi fenice cariche di anfore vinarie e ceppi di qualche vite.

Da qui, da questi fotogrammi di lontane migrazioni può iniziare una storia suggestiva, quella del Torbato, il vitigno a bacca bianca che oggi nel mondo parla una sola lingua, o quasi: quella della Sardegna nord occidentale dove ancora viene coltivato e vinificato. Un'epopea ricca di mistero e grande fascino in cui le conoscenze agronomiche ed enologiche sono solo una piccola parte di un grande affresco. Un puzzle complesso ed emozionante dove oggi il legame straordinario che unisce questo vitigno a un appassionato enologo trevigiano ma da oltre 55 anni in Sardegna, è solo l'ultima tessera che ci porta sino ai giorni nostri. Giampaolo Parpinello, dopo aver diretto e seguito per oltre 40 anni diverse realtà vinitivinicole tra le più importanti dell'Isola ha deciso di realizzare il sogno di una vita. Una cantina di famiglia, la Poderi Parpinello, un luogo del cuore (35 ettari e 200 mila bottiglie) dove il Torbato sa raccontare al meglio la sua affascinante storia.

Gianni Lovicu, responsabile settore vitivinicolo Agris (foto Roberto Ripa)
Gianni Lovicu, responsabile settore vitivinicolo Agris (foto Roberto Ripa)

LA RICERCA - «Difficile ricostruire le origini e il percorso del Torbato - spiega Gianni Lovicu, responsabile del settore vitivinicolo di Agris e ideatore del progetto Akinas a cui è legato il campo di germoplasma a Ussana, poco distante da Cagliari. Lovicu è autore e curatore del prezioso volume Akinas, Antigas Kastas de Ide pro Novas Arratzas de inu de Sardinna, un lavoro esemplare che cataloga, valorizza e riscopre gli antichi vitigni sardi. «Ciò che però possiamo dire è che probabilmente il Torbato si è originato dalla Monica bianca per incroci con altri vitigni. È presente da Seneghe a salire, nel quadrante che raggruppa Mores, Bonorva, il Sassarese. Come anche in Catalogna, Pirenei e Languedoc-Roussillon». Un dettaglio, quest'ultimo, particolarmente interessante.

Vigna Poderi Parpinello (foto Roberto Ripa)
Vigna Poderi Parpinello (foto Roberto Ripa)

IL VIAGGIO - Dal punto di vista agronomico, il Torbato è un vitigno tutt'altro che docile. Ha una produttività incostante, è molto sensibile e non è affatto facile da vinificare. Secondo alcuni apparterrebbe alla famiglia delle uve malvatiche, e questo giustificherebbe l'ipotesi di un'origine nell'Asia Minore. In realtà, non esiste alcuna prova dei suoi natali tra le antiche civiltà egee. Un dato moderno invece conferma una stretta parentela con la Malvasia del Roussillon, nella Francia pirenaica, almeno dal confronto del DNA, dove il vitigno viene chiamato anche Tourbat o Malvasia dei Pirenei Orientali. Probabilmente è stato introdotto in Sardegna durante la dominazione spagnola tra il XIV e il XV secolo, sotto i vessilli di Pietro IV d'Aragona, il Cerimonioso. Le citazioni «Col nome Cuscusedda - sostiene ancora Lovicu in Akinas- è citato dal Manca dell'Arca nel 1780. È il riferimento più antico del Torbato, anche rispetto a Spagna e Francia. Angius registra il Torbato in molti comuni della Planargia, nel Meilogu e ad Alghero. Il Cara lo ricorda tra le uve in osservazione a Villa d'Orri (a sud ovest di Cagliari) e il Cettolini avanza l'ipotesi di un suo arrivo dalla Spagna. Odart cita una Malvasia comune dei Pirenei che potrebbe essere il Torbato». Ma c'è un capitolo ancora da scrivere che già segna in modo unico il destino di questo vitigno. Per scoprilo dobbiamo puntare la nostra bussola verso il cammino geologico di questo angolo di Sardegna.

Giampaolo Parpinello con i figli (foto Roberto Ripa)
Giampaolo Parpinello con i figli (foto Roberto Ripa)

IL SUOLO - È tutta sottoterra la mappa storica del Turbato. Più precisamente nelle vicende paleogeologiche proprie della Sardegna nord Occidentale. L' 84° Congresso Nazionale della Società Geologica Italiana, "Stratigrafia e analisi di facies della successione continentale permiana e triassica della Nurra: confronti con la Provenza e ricostruzione paleogeografica", curato da Porto Conte Ricerche e tenuto a Sassari diversi anni fa, offre lo spunto per aprire un affascinante orizzonte di studio. Questa altra prospettiva prende le mosse dalla corrispondenza paleogeografica che lega la Nurra alla Provenza occidentale. Proprio quei suoli antichi dove il Torbato è ancora oggi presente oltre all'Algherese. Grazie alla correlazione litostratigrafia operata tra la Nurra e la Provenza occidentale, alcuni geologi hanno confermato una contiguità tra le due regioni durante il tardo Paleozoico e il Mesozoico inferiore. «Molti dati geologici, paleomagnetici e strutturali hanno dimostrato che la Sardegna era legata all'Europa stabile. L'esatta paleoposizione dell'intero blocco Sardo-Corso è stata a lungo dibattuta e ancora oggi è oggetto di discussione». Cosa significa tutto questo? Tanto. Ma soprattutto il richiamo di una terra madre di appartenenza, sebbene le distanze nelle epoche e nei luoghi. Un grande potenziale di bellezza e antico fascino che dobbiamo imparare a scoprire, e che riemerge ogni volta che ruotiamo un calice di Torbato.

Il Torbato (foto Roberto Ripa)
Il Torbato (foto Roberto Ripa)

L'ENOLOGO - Così capita che quando un grande vitigno incontra un appassionato enologo il racconto diventa magia. Giampaolo Parpinello oggi ha 76 anni e un entusiasmo sconfinato se lo inviti a parlare di vigne, vitigni e vini. «Tutto ha inizio quando un amico, che oggi non c'è più, mi fece degustare un particolare vino prodotto da lui. Mi accompagnò in una cantina a Sassari - racconta l'enologo - dove aveva alcune piccole botti. Assaggiai quel vino e lo trovai molto interessante. A differenza di tanti bianchi fatti in casa, quel vino non era pesante, anzi era equilibrato. Direi elegante». Poi la scintilla. «Aveva delle caratteristiche organolettiche che mi ricordavano in qualche modo la mia terra, il Veneto». Parpinello a quel punto chiese che vitigno fosse e il produttore suo amico, un perito agronomo di Siligo, svelò il nome: Torbato. Fu una rivelazione. Quel vino elegante dal colore paglierino oro, limpido e dai profumi netti floreali, manifestò chiaramente un richiamo ad alcuni bianchi veneti. Ma con tutta quella sapidità di Sardegna, l'intensità balsamica mediterranea, minerale, e dotato di una spalla acida per una eccellente base spumante, marchio di fabbrica del Torbato. Per la Poderi Parpinello fu la strada segnata: «Non solo per le grandi potenzialità di questo vitigno, ma anche perché il suo habitat naturale è nella zona di Alghero, e come azienda abbiamo sempre coltivato e prodotto autoctoni, in particolare quelli più adatti al nostro territorio, come appunto il Torbato e il Cagnulari». Dopo quel primo incontro Giampaolo Parpinello si convinse che quella era la strada. Recuperò diverse marze da piante selezionate, forse con quello stesso spirito appassionato che spinse uomini del passato a portare a casa talee di quel vitigno da terre lontane. Furono, quindi, innestate 100 gemme su vite americana ottenendo le prime 100 piante. Dopo vari controlli, ispezioni e selezioni, quella preziosa colonia oggi è diventa una distesa di 11 ettari con circa 50.000 viti. Raccontare il Torbato significa parlare di una lunga storia di luoghi antichi e riscoperte, dinamiche geologiche, di nuove sensibilità, volti di uomini e vignaioli. Qualcosa di emozionante e unico che rivive intensamente ogni volta che questo vino ci parla.

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