OPINIONI - BARBARA SERRA

Barbara Serra
L'analisi

Non è ancora vera Brexit

S ono passate due settimane da quando il Regno Unito è uscito dall'Unione Europea e, almeno fino ad ora, il mondo oltremanica non è crollato: gli scaffali dei supermercati non sono vuoti, non stiamo sopravvivendo con scatolette di tonno ammassate in emergenza, noi residenti europei non siamo stati messi tutti su un traghetto per la Francia con biglietto di sola andata. Ma qualsiasi discorso sul falso allarme rimane comunque prematuro. Anche se tecnicamente l'UK non è più membro dell'Unione Europea dal 31 gennaio, agli effetti pratici nulla è ancora cambiato.

S iamo ora nel periodo di transizione che durerà sino alla fine del 2020. Undici mesi per negoziare trattati su commercio, ma non solo: dalla cooperazione alla lotta contro il terrorismo a stabilire i prezzi del roaming sul cellulare, tutto è da rivedere. Insomma, la vera Brexit non è in effetti ancora arrivata. E considerando gli ennesimi e recenti screzi fra il governo di Boris Johnson e i negoziatori dell'UE, lo spettro di una uscita senza alcun accordo rimane una possibilità. Meglio tenere le scatolette di tonno in mansarda. Non si sa mai.

Intanto il politico nazionalista Nigel Farage, che ha fatto dell'uscita dall'UE la sua ragione di vita politica dagli anni '90, ha celebrato quello che ha chiamato «il singolo evento più importante della storia moderna della nostra grande nazione» con una festa di divorzio (che, alla faccia del buon gusto, sembrano andare sempre più di moda), una specie di comizio/concerto davanti al Parlamento dove migliaia di fan sfegatati della Brexit hanno celebrato il tanto sospirato arrivo di questa nuova alba. Ma a livello ufficiale, non ci sono state celebrazioni. Per quanto il nuovo premier Boris Johnson sia stato uno degli architetti della Brexit, il governo è ben conscio del fatto che il 48% dell'elettorato non avrebbe mai voluto vedere l'UK fuori dal Unione e che qualsiasi trionfalismo sarebbe stato fuori luogo. Perciò, alla fine, la serata del 31 gennaio ha lasciato il sapore di un Capodanno mal riuscito, dove metà del Paese ha deciso di mangiare leggero e andare a letto prima della mezzanotte.

Dall'oramai lontano 2016, il dibattito sulla Brexit ha eclissato qualsiasi altro tema nel Regno Unito. Qualsiasi interazione sociale che durasse più di 20 minuti - dalle cene in famiglia, ai matrimoni, alla birra con gli amici - finiva inesorabilmente col menzionare la Brexit. La divisione non era più fra destra o sinistra, conservatori o liberali, pacifisti o interventisti, ma semplicemente basata su “E tu come hai votato?”

Ora che Londra è ufficialmente fuori dall'UE, ci si chiede se queste divisioni si saneranno. Per ora il Regno Unito continua ad aspettare, diviso fra chi crede fermamente che la Brexit porterà loro nuove opportunità e senso di identità, e fra chi invece si è rassegnato ad una uscita ma teme un cambiamento negativo per la nazione. Questa paura non è infondata. Dal 2013 i casi di crimini dell'odio, per la maggior parte razzisti, sono aumentati di cinque volte, con lo sbalzo più alto dopo il referendum del 2016. Sui social si vedono regolarmente video di attacchi verbali verso stranieri, di qualsiasi etnia, che spesso vengono presi ad urla e parolacce solamente per aver parlato nella propria lingua madre al telefono. “Vaffa, tornatene a casa” è il ritornello usuale. Sui trasporti pubblici come fuori dal parlamento, arrivando anche ad una lettera anonima che è stata fatta circolare dentro un condominio a Norwich che vietava agli inquilini di parlare lingue oltre l'inglese nelle proprie case. I colpevoli sono sempre piccole minoranze, che forse notiamo di più in questi tempi instabili. Ma qui come altrove, un certo linguaggio politico sembra aver sdoganato un'intolleranza che forse prima si teneva nascosta. Nei prossimi mesi i politici britannici ed europei discuteranno di commercio, diritti, cooperazione e alleanze. Ma da tutte e due le parti della Manica, la vera priorità è far sì che la Brexit non diventi una scusa per sdoganare l'odio per il diverso. Quello, e non gli scaffali vuoti, sarebbe veramente un disastro.

BARBARA SERRA

GIORNALISTA, CONDUTTRICE

DI AL JAZEERA A LONDRA

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