OPINIONI - BENIAMINO MORO

Beniamino Moro
L'analisi

Il dilemma delle pensioni

I n una recente intervista rilasciata al Corriere della Sera, Mario Monti espone la tesi che «se i partiti si fossero intestati il merito di aver evitato il default del Paese, difendendo le riforme che avevano votato, magari criticandone questo o quell'aspetto, ma senza rinnegarle, il populismo non sarebbe stato così prorompente. E anche i populisti oggi sarebbero stati più credibili».

Le riforme cui allude sono quelle approvate dal suo governo durante la crisi finanziaria del 2011-2012 e in particolare la riforma Fornero delle pensioni. Oggi non è più il tempo di riforme, ma di controriforme, diventate il leitmotiv dei populisti, non solo in Italia, ma anche in altri Paesi, come nella Francia di Macron. In Italia la controriforma delle pensioni è stata approvata dal primo governo Conte come “quota 100”, che consente di andare in pensione a coloro che sommando l'età anagrafica, ad esempio 62 anni, agli anni di contributi versati, ad esempio 38, raggiungono quota 100. In Francia, la protesta spontanea dei gilet gialli si è saldata recentemente a quella dei sindacati contro il piano di riforma delle pensioni del presidente Macron, che colpisce i privilegi di alcune categorie di lavoratori unificando gli attuali 42 regimi speciali in un unico sistema universale.

La caratteristica della riforma Macron si basa su un nuovo sistema “a punti” il cui perno è dato da “un'età di equilibrio” a 64 anni, che costituirebbe la norma per andare in pensione.

I contributi pagati e accumulati da ogni lavoratore nel corso della sua attività lavorativa verrebbero trasformati in punti: ogni 10 euro di contributi equivarrebbero a un punto, che corrisponderebbe a 0,55 euro di pensione all'anno. Rispetto all'età attuale di pensionamento di 62 anni, la riforma prevede che l'età di equilibrio venga portata a 64 anni: a chi va in pensione prima verrebbe applicata una penalizzazione, mentre chi continuasse a lavorare anche dopo tale data avrebbe un bonus pensionistico. La riforma consentirebbe di risparmiare 3 miliardi già nel 2022, che diventerebbero 12 nel 2027.

La protesta dei sindacati non si è fatta attendere. Dai ferrovieri agli avvocati, tutti difendono i privilegi di categoria. Perciò, il governo Macron-Philippe probabilmente sarà costretto a scendere a patti coi sindacati. Mario Monti attribuisce questa arrendevolezza al populismo dei governi, favorito anche dalla politica monetaria molto accomodante degli ultimi anni, che ha attenuato la percezione da parte dei mercati degli squilibri delle finanze pubbliche, inclusi quelli dei sistemi pensionistici, per concludere che «se nel 2011 ci fosse stato il Quantitative easing e non una Bce super esigente, la nostra riforma Fornero non sarebbe passata così velocemente».

Il motivo è che la politica monetaria accomodante, mantenendo bassi i tassi a lunga e negativi quelli a breve, depotenzia l'urgenza di riequilibrio di medio-lungo periodo tra la crescita del Pil, pressoché stagnante, e quella del rapporto debito/Pil, che invece di ridursi tende ad aumentare. In questa dinamica c'entra anche un motivo istituzionale: le riforme si fanno quando è possibile mettere in campo grandi coalizioni, in modo da distribuire sull'intero ventaglio costituzionale il loro costo politico. Non sono possibili, invece, con governi deboli e maggioranze risicate. Il governo Monti ebbe successo perché sostenuto dall'intero arco costituzionale, da Bersani a Berlusconi, passando per Fini e Casini, e dagli stessi sindacati. Quella congiuntura favorevole oggi non esiste più, così come non esiste in Francia, dove il sistema semipresidenziale non dispone di corpi intermedi tra potere centrale e piazza che possano mediare. Infine, la moral suasion del Presidente della Repubblica funziona meglio in un sistema parlamentare come quello italiano che non in un sistema come quello francese, proprio perché solo il primo rende possibile le grandi coalizioni.

BENIAMINO MORO

UNIVERSITÀ DI CAGLIARI

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