La profezia dei più pessimisti si sta avverando: il vino è sempre più vicino al punto di rottura. Quello italiano non a caso rallenta sui mercati internazionali e nelle cantine cresce la preoccupazione per un prodotto che fatica a trovare sbocco. Il primo quadrimestre del 2026 restituisce un quadro difficile per l’export, con una contrazione sia dei valori sia dei volumi, mentre per molte aziende la sfida non è più soltanto conquistare nuovi consumatori, ma riuscire a smaltire le giacenze e mantenere il valore delle bottiglie già prodotte.

I numeri

Secondo l’Osservatorio di Unione italiana vini (Uiv), che ha elaborato i dati Istat, nei primi quattro mesi dell’anno le esportazioni di vino italiano nel mondo sono scese del 6,8% a valore, fermandosi a 2,34 miliardi di euro. Anche i volumi hanno registrato una flessione, pari al 3,7%, con 641 milioni di litri spediti oltre confine. Numeri che fotografano una fase di rallentamento ormai evidente e che si riflette direttamente sull’attività delle cantine.

Il problema è particolarmente significativo perché la riduzione delle vendite arriva in un mercato nel quale la produzione e le scorte devono essere continuamente mantenute in equilibrio con la domanda. Quando gli ordini rallentano, il vino resta più a lungo in cantina. Le aziende si trovano così a dover gestire prodotto fermo, costi di stoccaggio e capitale immobilizzato, mentre diventa più difficile programmare la vendemmia e gli investimenti successivi.

Crisi mondiale

Il rallentamento riguarda sia i mercati dell’Unione europea sia quelli extra-Ue. Nei primi quattro mesi dell’anno l’export verso i Paesi Ue ha perso il 3,9%, mentre quello verso i mercati extraeuropei è arretrato dell’8,7%, pur mostrando un lieve miglioramento. Una situazione che conferma come la difficoltà non sia circoscritta a una singola area geografica, ma coinvolga una parte consistente dello scenario internazionale del vino.

A pesare è soprattutto la debolezza di alcuni dei principali clienti del vino italiano. Negli Stati Uniti, primo mercato di riferimento, il saldo del quadrimestre è negativo del 15,4%. Un segnale particolarmente pesante per le cantine italiane, anche se ad aprile, dopo dieci mesi consecutivi di arretramento, le esportazioni hanno registrato un primo timido segno positivo, pari all’1,6%.

Brutti presentimenti

A preoccupare i produttori è inoltre il fatto che il rallentamento non sembra essersi esaurito con il primo quadrimestre. I primi dati disponibili sui cinque mesi, elaborati da Uiv, indicano infatti per i Paesi terzi una contrazione del 7,5% a valore e del 3,9% a volume. Negli Stati Uniti le spedizioni di maggio sono diminuite di circa il 15% a valore e, nel periodo gennaio-maggio, il prezzo medio del vino italiano esportato negli Usa risulta in calo del 10% nel 2026.

È proprio il prezzo uno dei nodi più delicati. Quando la domanda rallenta e il prodotto rimane fermo, la tentazione di ricorrere a sconti e promozioni per liberare le scorte aumenta. Ma una corsa al ribasso rischia di trasformarsi in un problema strutturale: vendere di più a prezzi inferiori non significa necessariamente creare valore. Per le aziende vitivinicole, soprattutto quelle con costi di produzione elevati, la difesa del margine diventa quindi essenziale.

Timori

«La situazione contingente ci impone di prendere atto che stiamo attraversando una fase nella quale non è solo necessario promuovere ancora di più il nostro vino, ma anche riconoscere che grandi quantità immesse sul mercato non aiutano a valorizzarlo», ha osservato il presidente Uiv Lamberto Frescobaldi. La linea indicata dall’associazione è quella di una maggiore presenza sui mercati di sbocco ed emergenti accompagnata da una riduzione della produzione, con l’obiettivo di ristabilire un rapporto più equilibrato tra domanda e offerta.

Per il comparto si apre dunque una fase delicata. Il problema non riguarda soltanto quanto vino l’Italia riesca a esportare, ma a quale prezzo e con quale capacità di assorbire la produzione. Con le cantine alle prese con vino fermo e difficoltà di vendita, la priorità diventa evitare che l’eccesso di offerta si trasformi in una spirale di svalutazione.

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