Sono passati quasi 15 anni. Risposte nessuna. Colpevoli zero. E chissà se in questa storia si è davvero andati sino in fondo, scavando e indagando senza lasciare nulla d'intentato come sempre si dovrebbe fare. Perché in Sardegna, come ovunque, ci sono morti e morti. Delitti e delitti. E anche se nessuno lo ammetterà mai, la fine violenta del bittese Michele Mannu, per tutti "Michelli porcagliu", Michele il porcaro, non è mai stato un caso in cima alla lista delle priorità giudiziarie. Piuttosto lo si potrebbe definire un omicidio di serie B. Anzi, un omicidio dimenticato, accantonato, irrilevante. Qualche articolo sui quotidiani, una fiaccolata organizzata dagli studenti, poi più nulla. Una storia tristissima sparita in fretta dalle cronache e dalla memoria collettiva.

********************************* È il primo pomeriggio del 22 novembre 2006 quando, in località Istiui, a pochi chilometri da Onanì, il cadavere del 67enne Michele Mannu viene ritrovato col cranio fracassato all'interno della casupola accanto alla porcilaia dove viveva. Un rifugio che definire spartano non rende nemmeno l'idea, in cui Michele il porcaro trascorreva le sue giornate sempre uguali di lavoro e fatica. Eppure a Bitti, il suo paese natale, vicino alla piazza centrale e al Municipio, aveva anche una casa vera, fatta di mattoni, con l'intonaco e la cucina separata dal bagno.

A lui però non piaceva viverci, trovava insopportabile stare lontano dalla campagna e dai suoi animali. Tanto che per anni aveva preferito dormire in una vecchia auto non funzionante parcheggiata davanti all'ovile. In questo modo - diceva - poteva controllare giorno e notte, che ci fosse il sole o la neve, tutto ciò che per lui aveva davvero valore, il suo patrimonio economico e affettivo: il mulo, le ottanta pecore, i quindici maiali e l'orto. Nel 2005, un anno prima della sua morte, aveva però deciso di concedersi per la prima volta il "lusso" di un tetto sopra la testa, ma soltanto perché gli acciacchi dell'età cominciavano a farsi sentire e le notti sui sedili dell'auto diventavano sempre più pesanti.

Così aveva fatto costruire la casupola accanto alla porcilaia in cui intendeva trascorrere la sua "comoda" vecchiaia da eremita: dieci metri quadrati di blocchetti e cemento, il letto, un lavandino, una cucina a gas. Sul tetto persino le tegole rosse. Niente corrente elettrica però, perché a lui bastavano una torcia e le candele. Il camino invece sì, per scaldarsi durante le gelide notti di tramontana.

************************************ Schivo e silenzioso ma mite e sempre sorridente, nel tempo Michele il porcaro era diventato anche una sorta di attrazione per i tanti turisti che d'estate si spostano dalle coste alla ricerca di immagini da cartolina della Sardegna più autentica. Lo si poteva infatti incrociare con facilità, in groppa al suo inseparabile mulo, lungo i tornanti della strada che da Bitti porta a Onanì, col "bonette" in testa, la barba ispida, il consunto abito in velluto che non cambiava mai. Insomma, una fotografia insieme a lui era quasi d'obbligo. Nella realtà però la sua vita era di una monotonia quasi ancestrale, sempre e solo campagna e lavoro, con qualche rara tappa al bar per un bicchiere di vino. Non si era mai sposato, né aveva mai avuto una fidanzata e un'amicizia affettuosa. Ogni mattina, dopo la mungitura, caricava il suo mulo e portava i bidoni del latte al centro di raccolta di Onanì. Poi tornava all'ovile. A Bitti metteva piede solo per le feste più importanti. Le sorelle vivevano altrove e non le sentiva quasi mai, per cui dopo la morte del fratello Giorgio, avvenuta un anno prima, non aveva più familiari vicini. Ma la solitudine per lui non era certo un problema. Anzi, la vita da eremita Michele il porcaro l'aveva scelta da ragazzo e non l'aveva mai rinnegata, neanche per un istante.

********************************** L'autopsia eseguita a Nuoro rivelò alcuni particolari da approfondire. Intanto che la morte risaliva al giorno prima della scoperta del corpo. E poi che l'assassino si era accanito su di lui con ferocia: almeno sei colpi sferrati alla testa forse con una pietra o con un martello. Una dinamica compatibile con un delitto d'impeto. Forse un tentativo di rapina, si disse. Forse, spiegarono alcuni bittesi, ad ammazzarlo era stato qualcuno in cerca dei soldi che il fratello Giorgio gli aveva lasciato in eredità e che lui pare prelevasse periodicamente dall'ufficio postale di Bitti, probabilmente per nasconderli da qualche parte nell'ovile-rifugio. Ipotesi promettenti ormai sbiadite e rimaste tali, appese al filo di una matassa che nessuno ha mai sbrogliato. Perché 15 anni dopo Michele il porcaro, al secolo Michele Mannu, è ancora una vittima dimenticata. E per la quale nessuno reclama più giustizia.
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