Maturità, quando la truffa a una suora sarda fece slittare lo scritto di italiano
Il giorno prima uno sconosciuto chiamò la scuola delle domenicane di Vigevano spacciandosi per il provveditore, ordinò di aprire la busta e si fece leggere i temiStudenti del "Giulio Cesare" di Roma allo scritto della maturità 2022 (Ansa/Percossi)
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Luglio 1976. Il presidente della Repubblica è Giovanni Leone, quello del Consiglio (ancora per poche settimane) è Aldo Moro. Il segretario del Pci Enrico Berlinguer, al vertice dei leader comunisti convocato a Berlino Est, polemizza apertamente con Leonid Breznev, segretario del Pcus. A Latina si apre il processo per il massacro del Circeo, in aula si alzano fischi e urla ostili all’indirizzo di Angelo Izzo, unico presente dei tre imputati. Come successore di Gianni Agnelli alla presidenza di Confindustria viene scelto Guido Carli, già governatore di Bankitalia. Nei cinema si proietta “A qualcuno piace caldo” con Marilyn Monroe, Tony Curtis e Jack Lemmon.
A sfogliare i giornali, quella di cinquant’anni fa non sembra neppure lontana parente dell’Italia di oggi. Ma non sono la cronaca nera o le crepe nel movimento comunista internazionale che resteranno impresse nella memoria di chi all’epoca aveva 18 anni e si accingeva all’esame di maturità.
Bensì l’annuncio che alle dieci di sera del 30 giugno interrompe i programmi di entrambe le reti Rai: lo scritto di italiano previsto per l’indomani, primo luglio, è rinviato. Molti pensano a uno scherzo e non pochi dei 340mila maturandi italiani si presenteranno ugualmente a scuola. Ma è tutto vero, lo conferma il comunicato del ministro Franco Maria Malfatti che arriva nelle redazioni: «In conseguenza di un deplorevole incidente accaduto in un Istituto secondario superiore, che ha determinato la conoscenza preventiva dei temi relativi alla prova scritta di italiano per tutti i tipi di scuola e di matematica limitatamente agli istituti magistrali, il ministro per la pubblica istruzione, al fine di comunicare nuovi temi, ha, oggi, con propria ordinanza, cosi modificato il calendario di esame: domani giovedì non si terrà nessuna prova». Seguono le date delle altre prove: più o meno si rispetterà il programma, sia pure con qualche aggiustamento. Ma lo scritto di italiano si terrà solo il 5 luglio, ovviamente con nuove tracce: per legge le buste devono restare sigillate fino all’inizio della prova e aperte davanti agli studenti.
Il “deplorevole incidente” citato nel comunicato di Malfatti è una truffa telefonica che ha come vittima una religiosa berchiddese di 70 anni, 40 dei quali dedicati all’insegnamento.
L’Unione Sarda del 2 luglio 1976 spiega che due giorni prima, intorno alle 13, “la preside dell'istituto «San Giuseppe» di Vigevano, una scuola magistrale parificata, gestita dalle suore Domenicane, ha ricevuto una telefonata. Uno sconosciuto, qualificatosi come il provveditore di Pavia, Bardella, le ha chiesto di aprire due delle buste contenenti i temi d'italiano e quella del compito di matematica, perché, per disposizione da Roma, dovevano essere apportate delle modifiche. Suor Delia Calvia, la preside, dopo essersi consultata con altre suore, ha tolto i sigilli alle buste ed ha letto i titoli al suo interlocutore. A questo punto lo sconosciuto ha abbassato il ricevitore. Non ricevendo le attese correzioni, suor Calvia si è insospettita ed ha telefonato al provveditore dal quale ha avuto la conferma che la telefonata non aveva nulla di ufficiale. La suora è stata colta da malore e da quel momento ha rifiutato di parlare con chiunque”.
Il provveditore lancia l’allarme, Malfatti si consulta con i dirigenti del ministero e riferisce al presidente del Consiglio, poi in serata annuncia il rinvio della prova. Dal punto di vista didattico è l’unica soluzione possibile, sotto il profilo politico è solo l’inizio dei problemi: per giorni dovrà smentire i tanti che non credono alla versione ufficiale, e anzi pensano che la telefonata alla preside del San Giuseppe sia un trucco per guadagnare tempo e ovviare ai problemi e alle inefficienze della maturità. E mentre i sindacati degli insegnanti protestano a gran voce, liberali e repubblicani impensieriscono la Dc chiedendo di ripensare i rapporti tra lo Stato (laico) e le scuole private (religiose). E l’Unità ipotizza che il falso provveditore abbia telefonato “spinto dalla volontà di creare una nuova occasione di confusione e di sfiducia, mettendo cioè in atto una sorta di «strategia della tensione» scolastica”.
Suor Delia, avvilita e prostrata psicologicamente, perde l’incarico e viene collocata a riposo, mentre la Procura la indaga per rivelazione di segreto d’ufficio. Sarà una vicenda penale di quasi due anni, è il 7 marzo del 1978 quando il pretore di Vigevano la assolve spiegando che il fatto non è punibile in quanto non previsto dalla legge.
Due consorelle, chiamate a testimoniare, hanno confermato la ricostruzione dei fatti e la buona fede della preside. Lei in aula non c’è, un certificato medico prodotto dal suo difensore Mario Zaccone attesta che è colpita da una grave forma depressiva. Il Corriere della Sera dà la notizia sotto il titolo “Assolta, ma non dimenticherà”.
