L’Est Europa contro gli orsi, ma è una guerra già vinta da Carlo Magno
Nella lettura dell’altropologo Pastoureau, l’ostilità della Chiesa e l’estensione delle coltivazioni dietro le grandi battute di caccia che nell’VIII secolo decimarono il plantigradoGli orsi di Berna in partenza per la guerra levano alta la bandiera della città: particolare di un’illustrazione dello Spiezer Chronik di Diebold Schilling il Vecchio (1485) conservato presso la Biblioteca della borghesia di Berna
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Già quest’anno venti episodi classificati come “danni da orso” nel Bresciano; l’allarme lanciato due settimane fa dagli allevatori dopo l’avvistamento di un esemplare nelle malghe dell’Altopiano di Asiago; gli operatori degli impianti del Monte Bondone, in Trentino, che il 27 agosto si sono chiusi nei loro mezzi dopo aver segnalato al 112 un maschio ben sviluppato che li stava avvicinando. E i governi di Romania e Slovacchia che chiedono all’Ue di ridurre da “molto protetto” a “protetto” la classificazione del plantigrado, lamentando sui propri territori una popolazione ursina tripla rispetto al “livello ottimale”.
Anche senza nemmeno sfiorare lo scenario del Giappone – dove tra aprile 2025 e gennaio scorso, riporta il Guardian, sono stati abbattuti 14mila esemplari, dopo 230 attacchi a esseri umani con conseguenze letali in 13 casi – in Europa il nostro rapporto con gli orsi sembra sempre più segnato da allarmi, diffidenza e aperta ostilità. A ricordarcelo c’era stata, a marzo, l’assoluzione di Maurizio Fugatti, presidente della Provincia di Trento, processato per “uccisione di animale con crudeltà” dopo aver testardamente voluto e ottenuto l’abbattimento del giovane esemplare M90, che aveva subito una lunga agonia dopo essere stato colpito ma non narcotizzato.
È il genere di episodi che generalmente induce l’informazione – soprattutto i titolisti – a parlare di “crociata contro gli orsi”. L’espressione in effetti ha una sua efficacia, perché indica tanto un’ostilità concreta e aggressiva verso l’animale quanto la natura politica di questo atteggiamento. Eppure andrebbe maneggiata con un pizzico di cautela, o almeno nella consapevolezza che in Europa una sorta di crociata contro gli orsi avvenne davvero, e fu così radicale da avere conseguenze ancora percepibili.
A trattarne in modo molto approfondito fu, 19 anni fa, l’antropologo francese Michel Pastoureau. Molto conosciuto come storico del colore e direttore dell’École pratique des hautes études, dove ha la cattedra di Storia della simbologia medievale, nel 2007 Pastoureau vide pubblicato in Italia da Einaudi il suo “L’orso – Storia di un re decaduto”. Il saggio analizza la convivenza uomo-orso e il ruolo del grande predatore nel nostro immaginario e nelle nostre vicende culturali lungo un arco di tempo che va dai cacciatori del paleolitico ai Teddy Bear, gli orsacchiotti di pezza amici dei bambini. Ma il cuore della storia che racconta è la fiammata di ostilità che nell’alto Medioevo arroventò questa relazione fino a farla diventare guerra aperta. Il braccio armato di questa campagna di sterminio – che in particolare in Germania vide grandi massacri organizzati nel 772-3, nel 782-85 e nel 794-99 - fu soprattutto Carlo Magno. L’ispiratrice invece fu la Chiesa. Di fatto in età carolingia, scrive Pastoureau, “in gran parte dell’Europa non mediterranea, l’orso era ancora considerato una figura divina, un dio ancestrale il cui culto presentava varie forme ma era ancora ben radicato e impediva la conversione dei popoli pagani. Ovunque, o quasi, dalle Alpi al Baltico, l’orso era un rivale di Cristo. La Chiesa doveva dichiarargli guerra, combatterlo con tutti i suoi mezzi, farlo scendere dal suo trono e dai suoi altari”.
Ma se le grandi campagne di sterminio sono facili da datare e circoscrivere, in realtà questa lotta “iniziata assai presto, prima ancora del regno di Carlo Magno, (…) durò circa un millennio, attraversando tutto l’alto Medioevo e l’età feudale per concludersi soltanto nel Duecento, quando le ultime tracce degli antichi culti ursini scomparvero e in tutta l’Europa un animale esotico proveniente dalla tradizione orientale, il leone, si impadronì definitivamente del titolo di re degli animali”.
Certo, la cultura mastica e metabolizza tutto ma non espelle nulla, e quindi anche nel nostro paesaggio postmoderno troviamo tanto residui dell’orso-totem, con il quale identificarsi e nel quale immedesimarsi per trarre vigore selvaggio dalla sua natura possente, quanto l’orso ammaestrato o comunque in catene, simbolo del dominio aristocratico sul predatore mutato in preda. Per restare nell’ambito pop, per il primo caso gli amanti di Tolkien penseranno al personaggio di Beorn, ambiguo (o comunque ibrido) aiutante di Bilbo e Gandalf in “Lo Hobbit”. Il secondo residuo lo troviamo a colpo d’occhio in un’altra saga, ma ben più smagata e mediterranea di quella tolkieniana: “Amici miei”, in particolare l’Atto II in cui Ugo Tognazzi-Raffaello Mascetti annoia i suoi amici rievocando i bei giorni di quando il suo casato era ricco e glamour e “i conti Mascetti andavano fuori con l'Isotta Fraschini, lo chauffeur, il maggiordomo e un orso bruno al guinzaglio”.
Di fatto, comunque, alla radice del nostro rapporto con l’orso c’è più o meno consapevolmente il trauma di quell’antico conflitto. Che fu armato anche di aratri e di scuri, non solo di picche e archi. E se la nostra immagine della società medievale è cristallizzata nella tripartizione oratores, bellatores e laboratores, è corretto dire che tutte e tre fecero la loro parte contro l’orso. La Chiesa ne demolì l’immagine simbolica, presentandolo ora come essere diabolico e lascivo e ora come goffo animalone che si lasciava ammansire e asservire dai santi; gli armigeri lo affrontarono e lo massacrarono nelle pianure e nelle foreste; i contadini ne smantellarono in gran parte l’habitat, dissodando e coltivando appezzamenti sempre più vasti. Ancora Pastoureau: “Queste stragi facevano parte di una più ampia politica di sradicamento dei culti pagani, specialmente quelle dedicati alle forze della natura. La religione cristiana si impose ovunque sugli antichi culti, o quantomeno vi si sovrappose. In Sassonia e Westfalia migliaia di alberi furono abbattuti, molte pietre spostate o murate, diverse fonti deviate o trasformate in fontane, luoghi sacri convertiti in cappelle: allo stesso modo migliaia di orsi vennero massacrati. La belva venerata dai Germani era considerata un nemico di Cristo. Così, vittime di una politica di evangelizzazione su larga scala, gli orsi della Germania settentrionale diminuirono in maniera significativa nel giro di una trentina d’anni. Tanto più che, contemporaneamente, la lotta contro l’albero e la foresta costrinse gli orsi a spostarsi, a cambiare territorio, a rifugiarsi sulle colline ancora boscose e poi a migrare verso le montagne meridionali. Carlo Magno e i suoi missionari furono imitati qualche decennio più tardi da altri evangelizzatori. A est furono gli orsi slavi e borussi a restare vittime dell’avanzata del cristianesimo. Nel Nord soffrirono per la diminuzione delle foreste legata all’intenso consumo di legname. Dopo l’anno Mille, infatti, in tutto l’Occidente, i grandi dissodamenti, conseguenza della crescita demografica, modificarono il paesaggio delle foreste, il manto vegetale e le abitudini degli animali. L’orso scomparve poco a poco dalle pianure e divenne un animale esclusivamente di montagna, che scendeva a valle solo in caso di mancanza di cibo. Allo stesso tempo il suo regime alimentare, pur restando l’orso un animale onnivoro, si modificò. Nell’Antichità l’orso bruno europeo era all’80 per cento carnivoro, mentre alla fine del Medioevo lo era soltanto al 40 per cento. Questa evoluzione è continuata in epoca moderna, dal momento che oggi si stima all’85/90 per cento la presenza di vegetali nell’alimentazione dei rari orsi bruni che vivono ancora allo stato di natura nel vecchio continente”.
