Dissero che era una squilibrata, per sminuire il significato politico del suo gesto ed evitare attriti tra Italia e Gran Bretagna. Non era vero. Violet Gibson era di certo una personalità molto particolare, e un animo tormentato. Ma non fu un raptus di follia a portarla, cento anni fa, a trasferirsi a Roma dall’Irlanda per preparare l’atto che la fece passare alla storia: sparare a Benito Mussolini.

Accadde il 7 aprile 1926, ed è un episodio di cui si sa tanto e al tempo stesso si sa poco. Perché, dietro il velo ufficiale delle cronache dell’epoca, si nascosero manovre intricate. Mentre l’autoproclamato Duce degli italiani usciva da un congresso medico al Campidoglio, Gibson, confusa in una piccola folla, gli sparò con un piccolo revolver, colpendolo di striscio al naso. Fu davvero una ferita lieve, tanto che non gli impedì – dopo le medicazioni – di mantenere già il giorno dopo l’impegno del programmato viaggio a Tripoli.

Il giovane regime fascista però da un lato sfruttò l’accaduto per guadagnare consenso popolare e limitare ulteriormente le opposizioni; dall’altro volle ridimensionare il fatto in sé, forse per non dare un’immagine di vulnerabilità. O, più ancora, per esaltare la forza di Mussolini: tanto che non vi furono problemi a diffondere la sua foto con un vistoso cerotto in piena faccia. Secondo alcuni storici fu allora che la giovane Claretta Petacci scrisse al Duce una lettera d’ammirazione, che indusse lui a volerla conoscere e poi a farne la sua amante, fino alla morte insieme. Probabilmente però le lettere di Petacci furono molteplici.

Ricerche negli archivi

Dopo l’attentato, la descrizione di Violet Gibson come una pazza servì a derubricarne la dimensione politica. Ora però, a un secolo dall’accaduto, nuove ricerche condotte da due studiosi italiani aprono alcuni interessanti squarci di conoscenza su quella donna irlandese, nata nel 1876, e sulle sue azioni. Gli autori dell’indagine sono Giovanni Pietro Lombardo, docente di Storia della Psicologia alla Sapienza di Roma, e Andrea Pisauro, che vive da tempo nel Regno Unito e insegna Psicologia all’Università di Plymouth. I due hanno pubblicato di recente gli esiti del loro lavoro in un articolo sulla rivista britannica di divulgazione scientifica The Conversation. Secondo la loro ricostruzione, dai documenti ritrovati emerge una chiara premeditazione e un intento antifascista da parte di Gibson, che pur essendo nata e cresciuta in Irlanda nutriva un forte interesse per ciò che avveniva in Italia, dov’era stata a più riprese da ragazza. All’inizio del ventesimo secolo si era pure convertita alla religione cattolica, scelta non apprezzata dalla famiglia, anglicana e di alto lignaggio: il padre, Edward Gibson, un illustre avvocato vicino alla famiglia reale inglese, era stato nominato primo barone di Ashbourne e Lord Cancelliere d’Irlanda. Della giovane Violet si sa che fu a sua volta presentata come debuttante alla corte della regina Vittoria, ma il suo carattere ribelle la indusse a prendere le distanze dallo stile di vita britannico (religione compresa) e dall’imperialismo della Corona: per le sue tendenze pacifiste fu anche schedata da Scotland Yard.

Mussolini ferito al naso dopo l'attentato del 7 aprile 1926 (Wikimedia)
Mussolini ferito al naso dopo l'attentato del 7 aprile 1926 (Wikimedia)
Mussolini ferito al naso dopo l'attentato del 7 aprile 1926 (Wikimedia)

Superati i 30 anni ebbe effettivamente dei problemi psichici, per cui fu ricoverata. Ma le fonti disponibili, comprese le trascrizioni delle testimonianze rilasciate da alcuni suoi conoscenti dopo il tentato omicidio di Mussolini, escludono che fosse pazza o incapace di intendere e di volere. La sua passione per l’Italia unita al pacifismo la rendevano semmai molto preoccupata per le notizie che arrivavano da Roma, dove il fascismo stava assumendo rapidamente i contorni di una dittatura. Grazie ai notiziari della Bbc seppe dell’omicidio del sacerdote Giovanni Minzoni da parte di una squadraccia mussoliniana; seguì la vicenda della scomparsa di Giacomo Matteotti e poi del ritrovamento del suo cadavere.

Probabilmente fu questo episodio a spingere Violet Gibson a trasferirsi in Italia nell’ottobre 1924. Arrivò a Roma con Mary McGrath, ufficialmente la sua governante, forse anche compagna di vita. Frequentava Antonio Colonna, duca di Cesarò, che aveva conosciuto tempo prima in un congresso a Monaco per via del comune interesse per la teosofia steineriana. Colonna era stato deputato del Regno e ministro delle Comunicazioni nel primo governo Mussolini, per poi prendere le distanze dal fascismo. Nelle indagini sull’attentato al Duce si ipotizzò che lui ne fosse il vero ideatore; la stessa Gibson, in alcuni interrogatori, avrebbe detto di aver ricevuto da lui la pistola. Ma si sospetta che fosse una confessione estorta. Lei comunque la ritrattò.

Non è facile valutare l’attendibilità degli atti d’indagine su Violet: al tempo le garanzie difensive erano molto relative. La donna sembra oscillare tra un’assunzione piena di responsabilità e affermazioni che ne porrebbero in dubbio la solidità mentale. La tesi dell’infermità psichica fu anche quella sostenuta dalla famiglia, che indicò un perito di parte; e faceva comodo alla Corona britannica, che in quella fase non voleva attriti col governo italiano. Il re Giorgio V e il ministero degli Esteri Austen Chamberlain avevano subito condannato “l’attacco ignobile” a Mussolini, precisando che l’ambasciata britannica a Roma non sapeva della presenza di Gibson nella capitale.

Il processo del Tribunale speciale militare ritenne la donna “non punibile per malattia mentale”; nel maggio 1927 la donna, ormai cinquantenne, venne consegnata alla sorella Constance che la riportò nella loro patria. Le procedure non avrebbero consentito un simile rilascio, ma pare che a ordinarlo sia stato Mussolini in persona.

L’indizio rivelatore

La ricostruzione di Giovanni Pietro Lombardo mette in luce il fatto che il Tribunale speciale abbia ignorato, si presume volutamente, tutti gli indizi che avrebbero potuto dare un colore più politico alla vicenda. Soprattutto uno: poche settimane prima dello sparo in Campidoglio, dal 16 al 24 marzo, l’irlandese era stata a Chieti per assistere al processo per l’omicidio Matteotti. Solo pochi attivisti antifascisti si erano recati fin lì (da Roma non era all’epoca una passeggiata): la cosa richiedeva quindi una forte motivazione ideale. Però l’attentatrice negò negli interrogatori di essere stata a Chieti (o perlomeno questo risulta agli atti), e si ritenne più conveniente crederle. Altro dato interessante, tra le testimonianze dirette che escludevano la follia di Gibson c’era anche quella di Mary McGrath, che era rientrata in Irlanda prima dell’attentato ma venne interrogata a Dublino dal console italiano.

Riportata dalla sorella in Gran Bretagna, la donna che aveva sparato al dittatore venne internata nell’ospedale St. Andrew di Northampton. Nel 1930 fu salvata da un tentativo di suicidio, poi negli anni scrisse varie lettere alla famiglia, al governo del Regno Unito e alla regina chiedendo di essere liberata. L’articolo di Lombardo e Pisauro cita quella inviata in occasione delle nozze tra la principessa Elisabetta, non ancora ascesa al trono, e il principe Filippo di Edimburgo: “Ora sono vecchia, costretta a letto e con gravi malattie. Non dovrete temere che spari mai più a qualcuno”. Ma, come la gran parte delle altre, la lettera non fu mai spedita ed è ancora negli archivi dell’ospedale. Abbandonata da tutti, Violet Gibson morì al St. Andrew nel 1956, poco prima di compiere 80 anni. Negli ultimi tempi il lavoro degli storici le ha restituito una parte di verità, trasformando la sua figura da quella di una donna senza senno a una dimensione di lotta politica, per quanto perseguita assurdamente con le armi. Nel 2022 la città di Dublino ha collocato una targa in sua memoria nella casa in cui lei era cresciuta. Ma probabilmente l’intera verità sulla donna che tentò di uccidere Mussolini non si conoscerà mai.

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