È ripartito così come è arrivato quattro anni fa, in punta di piedi. "Chi mi conosce sa che sono un ragazzo di poche parole, semplici e dirette. Quindi voglio dire grazie di cuore a tutti". Giusto l'essenziale sul suo profilo Instagram. Al momento dei saluti con la squadra e gli amici più stretti, in compenso, ha fatto il pieno di lacrime. Perché comunque vada la sua nuova avventura al Benevento di Pippo Inzaghi, non sarà più la stessa cosa per Artur Ionita, guerriero gentiluomo, silenzioso, che in Sardegna ha lasciato l'anima e un dolce ricordo tra i tifosi dopo aver versato sino all'ultima goccia di sudore per la causa rossoblù.

CUORE E POLMONI - Nel calcio moderno il viavai è ormai frenetico, i giocatori cambiano squadra come i pantaloni e quando meno te l'aspetti. Eppure, la cessione di Ionita si porta dietro un alone di tristezza. Il divorzio col Cagliari si sarebbe potuto consumare già sette mesi fa. Ormai era nell'aria, insomma. Il contratto sarebbe scaduto a giugno del 2021 e senza spiragli per un eventuale rinnovo. A 30 anni (compiuti giusto il 17 agosto) la società e il diretto interessato hanno così scelto, in sintonia, un'altra strada che il moldavo spera di percorrere da protagonista indiscusso. Nell'ultima stagione, infatti, la concorrenza si era fatta troppo ingombrante per lui, tra Nainggolan, Nandez e Rog. Nonostante ciò, è riuscito comunque a ritagliarsi i suoi spazi - sia con Maran che con Zenga - giocando alla fine trentaquattro partite, tappando diversi buchi (grazie anche alla sua duttilità tattica) e rivelandosi spesso provvidenziale. Cuore, polmoni, spirito di sacrificio. Tenace, altruista. Non cercava mai la scena, ma c'era dentro sino al collo. E il suo lavoro sporco - con chilometri su chilometri di corsa e rabbia - garantiva copertura ed equilibrio alla squadra. Non a caso, tutti i compagni, proprio tutti, stravedevano per lui.

Artur Ionita (30 anni) negli studi di Radiolina (foto Max Solinas)

IL PRIMO VERO INVESTIMENTO - Ragazzo riservato, con lo sguardo malinconico ed estremamente timido fuori dal campo. Avrebbe rinunciato a un terzo del suo stipendio pur di non ritrovarsi mai faccia a faccia con una telecamera per un'intervista. E quando questo accadeva, quante sudate! Il suo arrivo in Sardegna nell'estate del 2016 è coinciso con il ritorno in Serie A del Cagliari, ed è stato il primo vero investimento importante di Tommaso Giulini nel calcio che conta. Già nei due anni precedenti all'Hellas Verona, Ionita aveva dimostrato di avere le caratteristiche della mezzala moderna, anche se nel suo trascorso in rossoblù ha ricoperto poi tutti i ruoli del centrocampo. E lo ha fatto sempre con grande trasporto, passione e uno spirito di sacrificio a volte disarmante.

LA MOLDAVIA NEL CUORE - Nato in Moldavia e cresciuto, manco a dirlo, col chiodo fisso del pallone. Senza, però, trascurare lo studio. Parla cinque lingue: il romeno chiaramente, il russo, l'inglese e il tedesco, oltre all'italiano. E senza mai dare nulla per scontato: "Mio padre mi ha trasmesso l'umiltà, nella vita quotidiana, e di conseguenza nel calcio". Aveva appena compiuto 18 anni quando ha lasciato la Moldavia, lì sono rimasti gli affetti più cari e il cuore. "Magari un giorno farò anch'io qualcosa di importante per il mio Paese". Ha anche il passaporto romeno, ma nel momento in cui ha dovuto scegliere la Nazionale non ha avuto dubbi: "La Moldavia non si discute". Per quanto sia meno quotata a livello calcistico e avara di soddisfazioni. Militando in Serie A, è inevitabilmente il giocatore più rappresentativo, praticamente una star dalle sue parti. E questo gli basta e avanza.

Artur Ionita (30 anni) con la maglia del Centenario (foto Max Solinas)

PROMESSA MANTENUTA - La Moldavia nel cuore, sempre e comunque. Calcisticamente, però, Ionita è cresciuto in Svizzera, dove ha giocato cinque stagioni con l'Aarau. In Italia dall'estate del 2014 grazie al Verona appunto, esperienza in crescendo pur macchiata dalla retrocessione. "Ho fame, ho tanta fame di vittorie", ha detto appena arrivato al Cagliari, l'estate successiva, nel ritiro di Pejo. Gli è bastato mezzo allenamento per conquistare l'allora tecnico Massimo Rastelli. "In ogni partita", ha assicurato, "metterò in campo tutto quello che ho dentro". E così è stato per tutte le 132 partite giocate col rossoblù addosso, Coppa Italia compresa.

IL SUO SILENZIO ORA FA RUMORE - Gregario di lusso, come un angelo custode copriva le spalle agli attaccanti o ai centrocampisti più offensivi. Se il campionato del Cagliari in questi quattro anni fosse stato un film, lui sarebbe stato premiato probabilmente come il miglior attore non protagonista. Che c'era e si sentiva anche quando non si vedeva. Forse davvero il suo ciclo in rossoblù era giunto al capolinea. Ma quel silenzio fa già rumore.
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