«La lezione inascoltata di Francesco su ambiente, disuguaglianze e lavoro»
Aldo Cazzullo: «Forse è l’uomo più buono che sia mai esistito»Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
«Di uomini così, ne nasce uno ogni mille anni. Duemila anni fa, Gesù. Nel millennio precedente, Buddha. In quello successivo abbiamo avuto San Francesco». Nell’incipit del libro italiano più venduto nel 2025, Aldo Cazzullo misura la grandezza del patrono d’Italia: «Per me è la figura fondativa della nostra identità».
Alla vigilia delle celebrazioni per gli 800 anni del Transito di San Francesco, lo scrittore, conduttore tv e vicedirettore del Corriere della Sera rilegge la storia del santo più amato dagli italiani: «Il suo messaggio è più attuale che mai».
Come può essere “il primo italiano” un uomo vissuto due secoli prima della nascita di una lingua e di una coscienza nazionale compiute?
«Secoli prima della coscienza nazionale, sì, ma non sono d’accordo sul fatto che Francesco sia vissuto secoli prima della lingua italiana. Scrive la prima poesia in italiano, il Cantico delle creature. Inventa il presepe che è caro un po’ a tutti gli italiani. Con le sue prediche che erano spettacoli teatrali, danza, mimo, musica, poesia, reinventa il teatro. Dà nuova linfa alla pittura: prima di lui esistevano solo i fondi oro, icone tutte uguali, ispirati dal suo amore per le creature i pittori inventano il paesaggio e il ritratto. Soprattutto, Francesco è il precursore dell’umanesimo e l’umanesimo cristiano è il grande dono che noi italiani abbiamo fatto all’umanità, il nostro contributo alla civiltà universale: ogni uomo è unico e irripetibile, ha un rapporto diretto con Dio, davanti a Dio tutti gli uomini sono uguali, ogni uomo e ogni donna hanno una dignità che va sempre rispettata. Un filo che porta sino al Rinascimento, al centro del mio nuovo libro “Quando l’Italia rinacque”».
Quanto è difficile distinguere il Francesco realmente esistito dal personaggio costruito dalle biografie, dalla devozione popolare, dall’arte e dalle successive esigenze della Chiesa?
«È molto complicato perché sulla memoria di Francesco è stata fatta un’operazione di rimozione, di riscrittura. San Bonaventura da Bagnoregio ordinò che tutte le biografie, compresa quella di Tommaso da Celano e gli appunti del suo migliore amico frate Leone, fossero distrutte e sostituite con quella ufficiale in cui gli aspetti più tormentati e rivoluzionari non ci sono. Il grado di difficoltà nel ricostruire la figura di un uomo vissuto 800 anni fa lo dà uno degli episodi più noti, quello di Papa Innocenzo III che sogna il crollo della sua Chiesa e Francesco che la sostiene. I domenicani raccontano la stessa identica storia, lo stesso Papa e il medesimo sogno, però l’uomo che la sostiene non è Francesco, ma Domenico. Una figura che è stata largamente interpolata, riscritta dalla tradizione e dalla Chiesa che aveva bisogno di tenere all’interno le energie di Francesco e dei francescani, ma aveva anche interesse a diffondere un’immagine del santo più mansueto, meno rivoluzionario, dirompente. Però grazie al lavoro di grandi studiosi – tra i quali Chiara Frugoni che non c’è più e Chiara Mercuri – oggi abbiamo un’idea abbastanza reale della figura del nostro santo».
Francesco proveniva da una famiglia ricca e scelse la povertà radicale. Oggi, quali forme di ricchezza o di potere contesterebbe?
«È molto difficile attribuire ai personaggi storici intenzioni da praticare nell’attualità, però Francesco non disse una parola contro i ricchi, scelse la povertà come massima forma di libertà, essere povero per essere libero, non avere niente da perdere, nulla da custodire e nessuno cui sentirsi superiore. Io credo che Francesco sarebbe molto a disagio nel vedere come la ricchezza sia separata dal lavoro, lui lo scrive nel testamento: “Io lavoravo con le mie mani e voglio lavorare e voglio fermamente che ogni frate abbia un lavoro onesto e chi non ne conosce nessuno che lo impari non per la cupidigia della ricompensa, ma per dare l’esempio e tenere lontano l’ozio”. Questo elogio del lavoro mi sembra più che mai urgente e attuale in un tempo in cui il lavoro viene disprezzato, mal pagato, sfruttato e troppo tassato».
La scelta di povertà conteneva una critica sociale e economica capace di mettere in discussione l’ordine medievale?
«San Francesco aveva anche un progetto sociale, io direi politico, certo non partitico. Fondò una comunità di uguali: fu una scelta rivoluzionaria in un’epoca gerarchica come il medioevo. Mi sono venuti i brividi leggendo una frase, è profetica, pare proprio stia parlando di noi: ognuno deve essere remunerato non secondo la sua autorità, ma secondo il suo lavoro. Quanti amministratori delegati hanno lavorato male, mandato a casa operai, impiegati, impoverito l’azienda, gli azionisti, la comunità? Anche loro vengono mandati via, ma con milioni di euro di bonus. Non viene pagato il lavoro o il merito, ma lo status».
Incontrò il sultano al-Malik al-Kamil durante la quinta crociata. Che cosa può insegnare in un momento in cui si torna a combattere anche in nome della religione?
«L’incontro con il sultano è affascinante perché non finisce con un martirio né con una conversione, resta un incontro. Il sultano dona a Francesco un olifante (il corno d’avorio custodito a Assisi), mi sembra che lo spirito francescano – il rispetto nel dialogo con le altre fedi e le altre culture, restando però consapevoli dei valori della nostra cultura, il più importante dei quali secondo me è il rispetto della dignità della donna – sia quello giusto per affrontare questo tempo difficile di guerre e di migrazioni che ci è dato in sorte».
Nel Cantico delle creature la natura è una comunità di fratelli e sorelle. Francesco è un precursore dell’ambientalismo oppure si rischia di attribuirgli categorie moderne?
«Eviterei di definirlo ambientalista o femminista perché sono parole moderne, però non c’è dubbio che nel momento in cui Francesco chiama tutte le creature sorelle e fratelli – il sole, la luna, l’acqua, l’aria, la terra, il fuoco, poi gli animali, le piante, la morte e ovviamente gli esseri umani - ci chiama in causa perché rischiamo di distruggere la Creazione».
Fu un rivoluzionario?
«Sì, se pensiamo alla comunità di uguali, ma fu anche un reazionario perché rigettò le grandi novità dell’epoca. Rifiutò il denaro: i frati dovevano mendicare ma chiedere solo cibo e mai denaro. Respinse i libri che per lui non soltanto erano una cosa da ricchi, ma anche un simbolo di superbia, di orgoglio intellettuale».
Perché si astenne da una critica radicale della Chiesa?
«Non aveva intenzione di distruggerla, ma non voleva farne parte come prete, come monaco, pensava di fondare una comunità di laici. Ebbe un rapporto tormentato con la Chiesa ufficiale, rischiò di essere preso per matto o per eretico. Invitò i frati a obbedire ai sacerdoti, anche a quelli che sembravano indegni perché sono coloro che trasformano il pane nel corpo di Cristo e il vino nel sangue di Cristo: come dire “rispettiamo i sacramenti, quindi anche i sacerdoti”. Papa Innocenzo III ebbe l’intelligenza di capire che le energie di Francesco potevano essere dirompenti e quindi era meglio tenerle all’interno della Chiesa».
Quanto fu importante Chiara d’Assisi nel progetto francescano?
«Chiara e Francesco si guardano negli occhi e si riconoscono. Lei chiede il permesso di vivere nella comunità e lui glielo accorda. La famiglia cerca di portarla via, ma si deve rassegnare. Arriva anche la sorella, Agnese, e nascono le Clarisse che diventano un punto di riferimento per tutte le donne dell’Italia centrale che volevano ribellarsi a un padre manesco, a un marito violento e decidere liberamente il proprio destino. Anche in questo Francesco era un rivoluzionario. In un tempo in cui si discuteva sul fatto che la donna avesse l’anima o meno, Francesco spesso pensa a se stesso come donna. A un compagno scrive: “Se hai bisogno di tua mamma e vuoi venire da me, vieni pure”, i frati devono amarsi non solo di amore fraterno, ma anche materno».
Francesco morì consapevole che il suo progetto stava cambiando?
«Sì, capì che la sua creatura era cambiata. Accarezzò l’idea di fondare un altro ordine, poi rinunciò. La scoperta delle stimmate fu un modo utilizzato dalla Chiesa per allontanarlo dalla terra, dal popolo, relegarlo nel cielo, un modello unico e inimitabile, quindi se non lo puoi imitare è inutile tentarci. Accadde davvero, inutile negarlo».
Il fascismo tentò di trasformarlo in un simbolo identitario e patriottico: quant’è forte il rischio che San Francesco sia piegato alle necessità di chi governa?
«È vero che il fascismo tentò di appropriarsene, ma Francesco era talmente radicato nell’animo degli italiani e importante per la nostra identità che non c’è politica che possa condizionare la memoria e la lezione di un santo così meraviglioso, forse l’uomo più buono che sia mai esistito».
Qual è invece l’aspetto più scomodo e rivoluzionario del suo messaggio che l’Italia contemporanea preferisce non ascoltare?
«Lui era un uomo di pace e noi continuiamo a fare le guerre; lui ci ammoniva che ognuno deve essere remunerato secondo il suo lavoro e noi coltiviamo scandalose disuguaglianze; lui amava e accoglieva le donne e oggi alle donne si manca troppo spesso di rispetto. Non c’è dubbio che la lezione di Francesco sia inascoltata e per questo urgente».
