Meccanica, tessile e call center: oltre 70 i tavoli di crisi
Il Mimit monitora circa 70 crisi aziendali che coinvolgono 60.000 lavoratori. Sotto i riflettori anche le vertenze industriali nel SulcisPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Le crisi aziendali sotto diretta osservazione al ministero delle Attività Produttive e del Made in Italy, tra vertenze aperte e situazioni in monitoraggio, sono circa una settantina. Il 50% cento delle aziende in difficoltà sono metalmeccaniche, il 35% del settore chimico-tessile e il 10% riguardano il call center. Situazioni che coinvolgono quasi sessantamila lavoratori tra i tavoli (35mila) e i monitoraggi (24mila).
Se l’ultima crisi in ordine di tempo è quella di Natuzzi con l’annuncio della chiusura delle fabbriche di Altamura e Santeramo e 479 esuberi, le situazioni difficili dell’industria manifatturiera stanno crescendo rispetto allo scorso anno e sono lo specchio della riduzione costante della produzione industriale. A fronte di queste situazioni di crisi e di incertezza, in diversi casi la presa in carico delle vertenze da parte del ministero è riuscita ad arginare o a congelare le dismissioni o i licenziamenti.
Secondo i dati dello stesso Mimit, nell’ultimo anno sono stati 27 gli accordi o le soluzioni a crisi che hanno avuto come risultato la stabilizzazione dei posti di lavoro. Questo per un bacino di circa 13mila addetti. Il lavoro del ministero in molti casi è stato quello di cercare nuovi acquirenti e di prospettare progetti di riconversione industriali. Tra i casi in cui si è riusciti a scongiurare la chiusura ci sono La Perla, la ex Cinzano di Diageo, Venator (chimica), Nerviano medical sciences, l’aeronautica Dema, la stessa Coin e la Sofinter di Gioia del Colle.
Le tendenze che emergono dalla lettura delle situazioni dei tavoli ministeriali sono di diverso genere. Alcune sono il prodotto di vicende che vengono da lontano come la crisi dell’acciaio relativa alla situazione dell’ex Ilva, altre affondano le radici nell’infinita recessione dell’automotive.
Se a queste si aggiunge la crisi che sembra senza via di uscita del distretto minerario del Sulcis in Sardegna con Sideralloys Italia (ex Alcoa), Eurallumina e Glencore, il dato territoriale racconta come sia proprio il Mezzogiorno ancora una volta l’area che presenta le maggiori criticità.
Tra le situazioni più complicate per quello che riguarda l’automotive, c’è sicuramente la crisi di Acc (Automotive Cells Company) che riguarda l’ormai certa rinuncia al progetto della gigafactory di batterie a Termoli. Tempo addietro sponsorizzata da Stellantis, che poi ha invece deciso di investire all’estero. I motivi di questo mancato rilancio della fabbrica molisana, che produce motori e occupa duemila persone, sarebbe causato da costi energetici alti, forte concorrenza cinese e incertezza sul mercato. Il rischio è chiaramente quello di una crisi industriale strutturale per il Molise, con il rischio di una definitiva marginalizzazione del sito di Termoli.
Crisi che sembra senza fine anche per l’indotto Stellantis in Basilicata con due tavoli sull’indotto automobilistico di San Nicola di Melfi. Il primo riguarda Pmc, azienda della componentistica per cui è stato chiuso un accordo per l’area di crisi complessa: questo garantirà ai circa 90 lavoratori l’accesso alla formazione e ad ulteriori ammortizzatori sociali.
La strada della riconversione sembra invece l’unica strada possibile per Brose che aveva come unico committente in Stellantis e che produceva un modulo porta che non sarà più utilizzato. Per rimanere su crisi strutturali ci sono poi quelle che riguardano le centrali a carbone di Brindisi e Civitavecchia e la raffineria di Priolo in Sicilia in cui una parte verrà riconvertita per i biocarburanti.
Tornando al Sulcis, una possibilità di cui si sta discutendo, è quella di utilizzare la manodopera ora in cassa integrazione per Rwm Italia, la controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall, specializzata nella progettazione e produzione di sistemi d’arma. Il ritardo è dovuto all’impasse politico sull’ampliamento della fabbrica di Domusnovas. La regione Sardegna al momento non ha voluto decidere sulla valutazione di impatto ambientale, lasciando scadere i termini fissati dal Tar e aprendo la strada al commissariamento da parte del governo.
Quanto all’acciaio, l’impatto della crisi non si ferma a Taranto e al sito ex Ilva di Cornigliano a Genova ma permane anche nei faticosi progetti di rilancio di JSW Steel Italy (ex Lucchini) e della Liberty Magona di Piombino, in provincia di Livorno. E pochi giorni fa sempre in Toscana, a Siena, è stato definitivamente chiuso lo stabilimento Beko Europe (ex Whirpool). Nonostante l’accordo del giugno scorso prevedesse una reindustrializzazione del sito, non è stato individuato nessun nuovo soggetto industriale interessato a rilanciare la produzione. A gennaio i 170 lavoratori entreranno in cassa integrazione. Molto probabilmente le attività verranno trasferite in Polonia o in Turchia.
Sembrerebbe invece vicino ad una svolta la vicenda della Lear di Grugliasco, in provincia di Torino. Storico stabilimento che produceva i sedili per la Maserati. Il futuro, dopo una lunga crisi, dovrebbe essere quello della società italo-cinese Fipa che produrrà microcar elettriche salvando così 210 posti di lavoro su un totale di 370. Ccaso più complicato nella provincia di Monza e Brianza riguarda invece la Peg Perego, storica azienda di passeggini. A rischio almeno 90 posti di lavoro su 236. I fondi pubblici per il rilancio sono infatti vincolati a un percorso di riconversione industriale che in questo momento l’azienda non intende intraprendere preferendo la delocalizzazione. Se c’è una tendenza che è di questi ultimi mesi, oltre a un periodo di stanca dell’edilizia dopo il periodo del superbonus, è quella dell’estendersi di situazioni di incertezza anche alla grande distribuzione e alla moda. Conforama, Coin e da ultimo la cessione dei supermercati Carrefour da parte del gruppo francese che ha aumentato l’incertezza del settore.
Oltre alla Conbipel di Cocconato d’Asti, la cui crisi ha portato alla chiusura di decine di negozi (circa 30 già a inizio 2025, con altre 50 previste nel corso dell’anno) c’è da registrare la recente cessione del marchio statunitense Woolrich che è passato nelle mani del gruppo piemontese BasicNet. La nuova proprietà che ha deciso la chiusura della sede di Bologna e la riduzione della produzione in quella di Milano. Previsto lo spostamento di sede per 139 dipendenti a Torino che lo ritengono però inaccettabile. Il caso di crisi più profonda è però quello di Yoox a causa del declino il modello di business dell’e-commerce di lusso con le case di moda che hanno internalizzato la vendita online, riducendo la dipendenza dalle piattaforme. Più di 200 gli esuberi annunciati tra Bologna e Milano che al momento sono stati congelati.
Luca Benecchi
(Estratto da “Quotidiani del Sole 24 Ore”, Il Sole 24 Ore, 6 gennaio 2026, in collaborazione con L’Unione Sarda)
