Sono passati quasi tre mesi dall’inizio della guerra di Israele e Stati Uniti contro l’Iran. Continuano a susseguirsi dichiarazioni su accordi imminenti, minacce di bombardamenti, nuove operazioni militari. Il destino nel lungo termine del passaggio cruciale dello Stretto di Hormuz è ancora incerto.

Oltre al campo di battaglia, le mosse si giocano sui tavoli negoziali. Negli ultimi mesi, il Pakistan, unica potenza nucleare del mondo musulmano, è emerso come un mediatore centrale. La sua azione diplomatica è avvenuta col sostegno implicito del suo partner storico, la Cina.

Non a caso, il primo ministro pakistano Sharif è il terzo leader che si è recato a Pechino nel giro di pochi giorni, dopo Trump e Putin. L’incontro, per celebrare i 75 anni delle relazioni diplomatiche bilaterali, oltre ad aver portato all’annuncio di vari investimenti, ha dato senz’altro occasione a Xi Jinping e Sharif di discutere della questione iraniana e delle sue prospettive.

In questo contesto, la Cina sta anche intensificando il dialogo coi Paesi del Golfo più coinvolti dal conflitto, che sono essenziali partner energetici cinesi. Parlando da Pechino, Sharif si è mostrato ottimista sull’esito dei negoziati: ha affermato che, nonostante i rischi di un mondo instabile, le cose sembrano finalmente muoversi nella giusta direzione.

Alla luce di questi eventi e dei continui annunci dobbiamo considerare un tema decisivo. Per capire come mai la strada verso una tregua stabile ha avuto e potrà avere ulteriori ostacoli, nonostante le nuove dichiarazioni che potrà fare Donald Trump, occorre infatti tenere presente l’influenza del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sul presidente e sulla politica degli Stati Uniti.

Di recente, la stampa israeliana ha fatto filtrare che Netanyahu è preoccupato della perdita di influenza diretta su Trump e che teme di perdere il suo margine di manovra. A fine febbraio, proprio Netanyahu ha spinto Trump a lanciare l’operazione militare congiunta che ha portato all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei, convincendolo che un cambio di regime era possibile e imminente.

Mentre Israele mantiene l’obiettivo di una sorta di disarmo totale dell’Iran, gli Stati Uniti in una guerra lunga devono per forza giungere a considerazioni più pragmatiche e compatibili con i loro interessi, soprattutto in attesa delle elezioni di metà mandato, al centro dell’attenzione di Trump.

Si potrebbe però sostenere, a ragion veduta, che Netanyahu si lamenta della sua perdita capacità di manovra proprio perché è a tutti gli effetti un protagonista della politica degli Stati Uniti, e così va considerato. Netanyahu ha grande influenza, in particolare, sull’ala conservatrice del Partito Repubblicano.

Numerosi esponenti repubblicani di spicco, in passato fedeli difensori delle scelte di Trump, hanno subito attaccato i presunti termini dell’accordo con l’Iran, in un coro di dichiarazioni indignate, tutte coordinate. Il senatore Lindsey Graham, per esempio, ha definito l’accordo un incubo per Israele e un disastroso spostamento degli equilibri di potere nel Medio Oriente.

Alle voci di protesta si sono aggiunti anche il senatore texano Ted Cruz e l’ex segretario di Stato Mike Pompeo. Pompeo, usando un linguaggio durissimo, ha paragonato la possibile intesa con l’Iran all’accordo col nucleare siglato dall’amministrazione Obama nel 2015.

Secondo Pompeo, in sostanza la squadra di Trump si appresta a foraggiare gli estremisti iraniani affinché costruiscano un nuovo e potente programma di armi di distruzione di massa.

Senza questo gioco di pressioni incrociate, non si può comprendere la posizione in cui si trova Trump, e la difficoltà di sbrogliare la matassa che gli stessi Stati Uniti hanno creato.

Da un lato, gli incentivi verso un accordo stabile sono sempre intatti, e in particolare l’urgenza economica pressante di chiudere un conflitto che ha paralizzato parte consistente del commercio marittimo globale, e i cui effetti energetici e alimentari non sono stati disinnescati.

Dall’altra parte, Trump ha anche la necessità politica di gestire l’alleanza con Israele e la dinamica di un Partito Repubblicano che si sta già preparando al dopo Trump.

Proprio il difficile equilibrio tra queste due esigenze contraddittorie determinerà le prospettive del prossimo futuro.

Alessandro Aresu – Consigliere scientifico di Limes

© Riproduzione riservata