Se Olbia cresce troppo
Di Bepi AnzianiL’università che cresce a Olbia comincia a fare paura? La domanda viene spontanea dopo le prime dichiarazioni del nuovo rettore dell’Università di Sassari, Omar Chessa. Il progetto del Dipartimento di Innovazione di Olbia, ha detto, dovrà essere ripensato. Senza però «buttare il bambino con l’acqua sporca». Parole sufficienti per scatenare in Gallura una reazione immediata. Il sospetto, neppure troppo nascosto, è che dietro le perplessità accademiche ci sia la preoccupazione che Olbia cresca troppo.
Fino a diventare prima o poi qualcosa di più di una sede decentrata e magari aspirare a una propria autonomia universitaria. Chessa questo, ad onor del vero, non l’ha detto. Anzi, nel suo programma da candidato rettore aveva sostenuto il modello dell’università policentrica. Il problema che pone è diverso: un conto è aprire corsi universitari sul territorio, altro è creare un Dipartimento autonomo, con docenti, ricerca, strutture e costi propri. Tanto più quando per quello di Olbia si parla di un investimento regionale di 45 milioni in quindici anni.
Uniolbia non è un’università. Non assume professori per rilasciare proprie lauree e non conferisce titoli. È un consorzio che crea le condizioni perché le Università di Sassari e Cagliari possano organizzare corsi a Olbia. Il modello non è originale: strutture analoghe esistono da anni a Nuoro e Oristano, mentre anche Alghero fa parte del sistema delle sedi universitarie decentrate finanziate dalla Regione. Potremmo definirla una sorta di università territoriale sarda diffusa.
La Regione ne è il principale finanziatore. Per l’anno accademico 2025-26 ha stanziato complessivamente otto milioni: circa 2,58 milioni per Nuoro, 2,46 per Oristano, 1,85 per Olbia e 1,11 per Alghero. Dunque non è neppure Olbia, almeno nel finanziamento ordinario, a ricevere più denaro. Ciò che distingue il caso gallurese è piuttosto la velocità della crescita e soprattutto il rapporto molto stretto che si sta costruendo fra università ed economia locale.
Nel Consorzio UniOlbia, accanto al Comune e ai due atenei sardi, troviamo soggetti come Geasar, che gestisce l’aeroporto, Cipnes, Aspo, Mater Olbia, Sinergest e altri protagonisti del territorio. Persino la geografia dei corsi sembra disegnare la mappa economica della Gallura: turismo, nautica, aeronautica, innovazione e sanità. Università e sistema produttivo finiscono così nello stesso circuito.
Il decentramento ha superato il concetto che l’università sarda coincidesse con Cagliari e Sassari e che gli studenti degli altri territori dovessero trasferirsi. La Regione ha progressivamente modificato questo schema finanziando sedi decentrate che hanno cercato una propria vocazione: agroalimentare, enologia e beni culturali a Oristano; ambiente, foreste e servizi sociali a Nuoro; turismo, nautica e mobilità a Olbia.
Ora però il modello sembra arrivato a un bivio. Finché si decentra un corso, l’equilibrio è semplice. Quando una sede cresce, moltiplica l’offerta, sviluppa ricerca e arriva alla costituzione di un Dipartimento, il confine diventa meno netto. È ancora una sede territoriale dell’università madre o sta nascendo qualcosa di diverso? È questa la domanda alla quale la politica regionale e i due atenei dovrebbero rispondere.
Perché sarebbe sbagliato considerare la crescita di Olbia una minaccia per Sassari. Ma sarebbe altrettanto sbagliato pensare che basti avere finanziamenti e una forte domanda del territorio per moltiplicare indefinitamente corsi, strutture e Dipartimenti. Servono studenti, docenti, ricerca, risultati e soprattutto una programmazione regionale capace di decidere dove investire e perché.
Se l’università territoriale sarda è una scelta strategica, va governata senza campanilismi e invidie. Magari con un occhio rivolto agli interessi degli studenti. Chi lo deve fare?
Bepi Anziani
