L’emergenza abitativa: l’intervento del 7 ottobre 2026
Di Pierpaolo MurgiaIl turismo è una ricchezza, ma non tutti i modi di praticarlo producono la stessa ricchezza. B&B, case vacanza e affitti brevi hanno ampliato la capacità ricettiva, integrato il reddito di molte famiglie e colmato a Cagliari una storica carenza di posti letto: vanno bene e nessuno dovrebbe demonizzarli. Il problema è l’eccesso che, in assenza di interventi, si è ormai raggiunto. I numeri della Regione dicono che nel 2025 gli alberghi hanno registrato poco più di undici milioni di presenze e l’extralberghiero, affitti brevi compresi, quasi altrettante.
E gli appartamenti affittati a notti sono quasi raddoppiati in due anni: un turista su due, ormai, dorme nella casa accanto alla nostra. Se in una strada dieci appartamenti diventano cinquanta alloggi turistici, cambia il quartiere: le case per i residenti diminuiscono, i canoni salgono e studenti e giovani famiglie se ne vanno. Dove si stendevano i panni compaiono le cassette per il self check-in, e la città riesce nell’impresa di riempirsi di turisti e svuotarsi dei suoi cittadini e alla Marina si cammina dentro un’unica, interminabile sala da pranzo all’aperto. Vogliamo crescere moltiplicando gli appartamenti per i visitatori, o costruire una capacità ricettiva più solida e redditizia per il territorio?
È qui che si gioca il conto economico della città, perché Cagliari ha bisogno soprattutto di alberghi e la ragione sta nei numeri. Secondo i dati della Banca d’Italia e gli studi di settore, un turista in albergo lascia sul territorio circa due volte e mezzo quello che lascia chi dorme in un appartamento affittato a notti, e dà lavoro a più del doppio delle persone. Un hotel offre contratti stabili e carriere anziché stagioni, compra ogni giorno da fornitori e artigiani locali, non sottrae case al mercato residenziale, non grava sui rifiuti dei condomini né contende i parcheggi ai residenti. L’appartamento turistico, invece, produce una rendita che resta in larga parte al proprietario o alla piattaforma, con un indotto fatto di pulizie, consegna delle chiavi e piccoli servizi in cui troppo spesso regna il nero, senza contratti né contributi, mentre la stessa locazione sfugge non di rado ai canali tracciabili. Se vogliamo il bene della nostra comunità, dunque, affitti brevi ed extralberghiero devono restare, ma il loro eccesso va limitato con decisione, lasciando al piccolo proprietario la possibilità di mettere a reddito la propria casa entro regole chiare. È una vecchia storia italiana: qualcuno occupa uno spazio lasciato libero, la politica tarda a capire il problema e, quando finalmente se ne accorge, tornare indietro è diventato difficilissimo, perché nel frattempo l’abuso si è fatto abitudine e l’abitudine pretende di essere un diritto. Finché l’appartamento turistico resterà la strada più facile e meno regolata, del resto, l’investimento alberghiero sembrerà sempre il meno conveniente.
Gli strumenti non mancano, perché la Corte costituzionale, con la sentenza 186 del 2025, ha riconosciuto la legittimità del modello toscano, che consente ai Comuni di fissare limiti in determinate zone, e il 9 settembre la Commissione europea ha proposto l’Affordable Housing Act, che apre a misure analoghe nelle aree sotto pressione abitativa. Eppure va in scena un impeccabile gioco del cerino istituzionale, in cui i Comuni invocano una legge regionale, la Regione fa sapere di non lavorarci e le regole europee vengono giudicate inattuabili, mentre la fiamma, con la pazienza che le è propria, continua a lambire i centri storici. Servono due mosse insieme: una legge regionale che permetta al Comune di porre tetti e autorizzazioni nei quartieri saturi, e una politica che porti alberghi di qualità negli immobili pubblici inutilizzati, con procedure semplici e un interlocutore capace di rispondere in mesi e non in anni. Più turismo senza meno città, lasciando le case a chi a Cagliari non viene per un fine settimana, ma per viverci.
Pierpaolo Murgia
