Ogni anno ci raccontiamo la stessa storia. Ad agosto la Sardegna è troppo piena, a settembre iniziamo a chiederci come riempirla anche a ottobre.

Ci lamentiamo delle spiagge affollate, delle barche che invadono le baie. E dei turisti cafoni, come quelli dei barbecue selvaggi sulla sabbia: a Golfo Aranci hanno lasciato la carbonella e gli avanzi della grigliata in una busta di Hermes. Sintesi perfetta degli eccessi di un mondo che vuole viaggiare sempre in prima classe, magari senza pagare il biglietto.

Gli ultimi mesi hanno offerto un campionario abbastanza ricco da giustificare l’indignazione. Peccato che poi, appena qualche settimana dopo aver gridato allarmati all’overtourism, mettiamo a fuoco la realtà: oltre l’orizzonte agostano il traffico è tutt’altro che caotico. E allora cominciamo a invocare la destagionalizzazione. È una contraddizione che prima o poi dovremo risolvere. Il turismo è percepito quasi come un problema ad agosto, poi però lo attendiamo durante gli altri undici mesi.
Quest’anno, oltretutto, qualche segnale incoraggiante lo si può leggere tra le righe. Numeri da boom nel cuore dell’estate – quando tutto il mondo vuole venire in Sardegna – anche se con soggiorni più brevi del solito, mentre Federalberghi segnala settembre in crescita e prenotazioni che arrivano fino a buona parte di ottobre.

È ciò che inseguiamo da decenni: una Sardegna che non chiuda con l’ultimo ombrellone. Solo che mentre proviamo ad allungare la stagione ci si accorciano i collegamenti.
Il trasporto aereo continua a essere uno dei grandi paradossi dell’Isola. Nei periodi di punta il sistema viene messo sotto pressione. File interminabili ai check in, voli pieni, cancellazioni dell’ultimo momento. Ma tra qualche settimana sarà tutto solo un ricordo. Il 25 ottobre inizierà ufficialmente la stagione aeronautica invernale. È come se qualcuno spegnesse un interruttore: un'Isola che per mesi dispone di decine di collegamenti con l'Italia e l'Europa si ritrova improvvisamente molto più lontana.
Eppure chiediamo agli alberghi di restare aperti, ai ristoranti di lavorare, agli operatori di inventare eventi, congressi, turismo sportivo, culturale ed enogastronomico. Diciamo che dobbiamo vendere la Sardegna delle città, dei borghi e delle zone interne e non soltanto quella delle spiagge. Tutto giusto. Ma come arrivano i turisti?
La Regione finalmente è intervenuta su uno dei nodi più discussi, l'addizionale comunale sui diritti d'imbarco. Però invece che approfittare dell’occasione per imprimere una vera svolta, ha preferito stare nel solco delle mezze misure. Con una variazione di bilancio da 18 milioni di euro ha cancellato la tassa solo nei mesi più critici (da novembre a marzo) e l’ha confermata nel resto dell’anno. L’insaziabile Ryanair ha risposto che non basta. E se è vero che la compagnia irlandese sembra uno di quei fichi d’india che si trovano a bordo strada d’estate, dolcissimi quando riempiono l’isola di turisti ma pieni di spine quando ci si siede al tavolo delle trattative, è altrettanto vero che altrove – Calabria, Friuli, Abruzzo – le Regioni hanno avuto il coraggio di tagliare l’addizionale per dodici mesi. Oltretutto ora si aggiunge il caro carburante e Michael O’Leary ha già annunciato una sforbiciata alle programmazioni invernali.
Bel problema. Il punto non è dare ragione a Ryanair su tutto. Ma non si può neppure ignorare il mercato. Se vogliamo milioni di passeggeri in più nei mesi di spalla, dobbiamo creare le condizioni perché le compagnie (tutte, non solo quella che urla di più) ce li portino. Altrimenti la destagionalizzazione resterà ciò che è stata fino ad oggi: una bellissima parola che decolla nei convegni e non trova mai un volo su cui atterrare.

Michele Ruffi

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