La fragilità della politica: l’intervento del 22 settembre 2026
Di Pierpaolo MurgiaLa politica italiana ha inventato una disciplina olimpica: cambiare idea senza mai ammettere di averla cambiata. Se il Coni si limita a scovare campioni e trasformarli in sindaci o leader, come già visto con la martellista Silvia Salis, la politica fa di meglio: le discipline se le inventa direttamente da sé. Basta attraversare l'aula e passare dai banchi dell'opposizione a quelli del governo, o viceversa. Quello che ieri era uno scandalo diventa improvvisamente ragionevole; ciò che era necessario per il Paese si trasforma, nel giro di una crisi di governo, in una minaccia alla democrazia.
Marc Lazar, politologo e storico francese, offre una chiave spietata: la politica perde credibilità quando smette di misurarsi con la realtà e comincia a misurarsi soltanto con l'appartenenza. Le idee non hanno più un contenuto: hanno una targa. Nel 2015 il Pd approvò l'Italicum, che prevedeva premio di maggioranza e capilista bloccati. La Consulta ne cancellò il ballottaggio e la facoltà dei capilista plurieletti di scegliere liberamente il collegio, non il premio al 40 per cento né i capilista bloccati in quanto tali. Oggi, di fronte alla nuova riforma, le parti si sono nuovamente disposte secondo la regola più antica: ciò che è garanzia di governabilità quando conviene a noi diventa attentato alla rappresentanza quando può convenire agli altri. La memoria politica, evidentemente, ha scadenza breve.
L'esenzione dal bollo appena varata offre un altro saggio della stessa disciplina: cambiano le maggioranze, le indignazioni le seguono a comando.
Sull'immigrazione il meccanismo si ripete. Lazar parte da un dato che ormai anche Giorgia Meloni riconosce: un Paese che invecchia ha bisogno di lavoratori. Accoglienza e controllo possono convivere, integrazione e legalità pure.
La tolleranza è un valore. La tolleranza senza regole è la forma educata dell'impotenza.
I costi dell'immigrazione mal governata non si pagano nei salotti dove se ne discute. Si pagano nelle periferie, nelle scuole difficili, nei servizi pubblici sotto pressione e tra i ceti popolari. Governare questi problemi non significa diventare razzisti. Significa, più semplicemente, governare: mestiere assai diverso dal predicare.
Da noi pronunciare la stessa frase rischia ancora di far convocare una riunione urgente della coalizione. Eppure una politica adulta dovrebbe saper pronunciare cinque parole rivoluzionarie: questa volta l'avversario ha ragione. Non sarebbe una resa. Sarebbe serietà. Vale per l'immigrazione, il fisco, l'energia, le riforme. Ma riconoscere una buona idea altrui non porta applausi dalla propria curva: porta sospetti, accuse di tradimento e insulti sui social. Meglio avere torto in compagnia che ragione da soli: è la regola non scritta della politica italiana.
Il prezzo della benzina offre un'altra dimostrazione. I rincari pesano sulle famiglie e il governo risponde delle misure che adotta, o non adotta, per limitarne gli effetti. Ma petrolio e carburanti si muovono su mercati mondiali condizionati da tensioni geopolitiche e rotte energetiche che Palazzo Chigi non governa con un decreto. Raccontare che ogni centesimo alla pompa nasca sulla scrivania della premier è materiale eccellente per un reel, un po' meno per capire il problema. Non è opposizione: è pigrizia travestita da indignazione.
Quando sedeva all'opposizione, anche la destra ha praticato lo stesso mestiere. Questa non è una malattia della sinistra o della destra. È una malattia della politica.
Abbiamo trasformato la coerenza da virtù in handicap elettorale. Chi riconosce una ragione all'avversario appare debole; chi urla contro qualunque cosa faccia l'altro viene scambiato per combattivo. Chi prova a distinguere deve spiegarsi. Chi insulta entra subito nel titolo.
È questa la vera fragilità della politica italiana: non la mancanza di idee, ma la mancanza del coraggio di giudicarle per quello che valgono, anche quando a pronunciarle è l'avversario. Governare e fare opposizione dovrebbero rispondere alla stessa regola: qualche volta bisogna perdere consenso per non perdere credibilità. Oggi accade troppo spesso il contrario: si sacrifica volentieri un po' di credibilità pur di conquistare un like.
Ma il consenso passa, i like si dimenticano. La serietà dura per sempre.
Pierpaolo Murgia
