I paradossi dell’uomo forte
DI Nicola Lecca, scrittoreLa crescente presa di Roberto Vannacci sugli elettori potrebbe non riguardare esclusivamente il consenso al programma di Futuro Nazionale, ma affondare le sue radici nella stanchezza verso i vincoli del politicamente corretto. In un momento storico in cui ogni parola sembra dover superare un vaglio preventivo di appropriatezza, il generale Vannacci si presenta come la voce di opinioni diffuse che in pochi avrebbero il coraggio di esprimere. O, almeno, questa è l’immagine di sé che è riuscito a costruire. Ed è un’immagine politicamente molto potente: proprio perché liberatoria.
La popolarità di Vannacci, insomma, potrebbe affondare le sue radici nel fatto che il politically correct sembra essere diventato un manuale intransigente, più che un utile argine linguistico a tutela delle minoranze. E non è soltanto un’impressione: un sondaggio Tecné del 2023 rilevava che il 55% degli intervistati considerava le polemiche su certe dichiarazioni di Vannacci un problema di libertà di espressione in Italia.
Di recente la giornalista Francesca Fagnani si è sentita in dovere di contestare a Gigi Marzullo che, nel 2026, chiedere a una donna della sua mancata maternità non è più una domanda giusta da fare.
Anche il caso Mari-Murgia – che ha trasformato il Premio Strega di quest’anno in un putiferio di polemiche – è istruttivo al riguardo. Una frase effettivamente infelice (attribuita a Michele Mari nei confronti di Michela Murgia) è stata catapultata dall’ambito informale del pulmino in cui sarebbe stata pronunciata al marasma del web, trasformandosi in materiale incandescente di pubblico giudizio.
La Fondazione Bellonci ha stabilito che il regolamento non consentiva di escludere il romanzo di Mari dal concorso. D’altra parte, il Premio Strega è una competizione tra opere e non una gara morale tra chi le ha scritte. Il fatto che Mari abbia poi vinto lo Strega, il 9 luglio scorso, rende quella vicenda ancora più significativa.
Ed è precisamente in questa zona grigia – nella trasformazione delle sacrosante battaglie contro le discriminazioni e il body shaming in un’incandescenza ideologica – che Vannacci è diventato per i suoi sostenitori il liberatore dai bavagli: l’uomo forte che può permettersi di entrare in una stanza e dire tutto quello che pensa.
Ma è proprio qui che la questione potrebbe diventare paradossale. Cosa accadrebbe se il politicamente corretto che Vannacci sbeffeggia fosse sostituito da un’altra forma di conformismo e da un nuovo modo di stabilire chi appartiene alla parte giusta e chi, invece, deve essere lasciato fuori?
Cosa accadrebbe se le parole di Vannacci smettessero di essere soltanto parole e si trasformassero in potere? L’uomo che oggi apre le gabbie linguistiche e libera le parole dai vincoli del politicamente corretto potrebbe diventare colui che, in futuro, avrà legittimazione per tracciare nuovi confini. E questi confini, magari, si chiameranno normalità, identità e appartenenza.
Ed è questo, in fondo, il vero paradosso. Vannacci piace anche perché rifiuta il bavaglio del politically correct. Ma cosa accadrebbe se, un giorno, lui arrivasse al potere e quelle stesse persone che oggi vedono in lui un liberatore lo contestassero, mettendo in discussione la sua idea di normalità?
Il guaio è che il dibattito pubblico contemporaneo sembra essere sempre più influenzato dalle logiche della società dei consumi, tanto da aver ridotto la preferenza politica di molti alle dinamiche reattive del “mi piace” e “non mi piace”. Questo slittamento emotivo, tuttavia, non segnala una colpa morale dell’elettore, ma la progressiva metamorfosi di un sistema che rischia di depotenziare e impoverire il significato più profondo delle elezioni come progetto collettivo.
Nicola Lecca, scrittore
