Case, Europa e politica
Di Alberto MingardiNel Dizionario dei sinonimi e contrari della Treccani, abitare o dimorare è solo il terzo sinonimo di vivere. Eppure se l’uomo è ciò che mangia, a maggior ragione è dove vive. In Europa l’abitazione è centrale nella tradizione politica. Che cosa definiva la cittadinanza, nei Comuni dell’Italia medievale? Sostanzialmente, il possesso dell’abitazione. Nel Novecento, la casa è stata oggetto di lotte aspre. Una popolazione in crescita, in Paesi che andavano industrializzandosi, reclamava abitazioni.
Nei racconti e nei film di Don Camillo, si ricorda spesso come l’offerta di un tetto o di un podere fosse il modo in cui la Chiesa e il Partito comunista si disputavano le anime, ovvero i voti, degli abitanti di Brescello. Da qualche tempo in qua, la casa è tornata al centro della politica. Oggi in Spagna: gli “acampados” protestano contro un mercato immobiliare, quello di Madrid, che renderebbe loro impossibile affittare un alloggio. I colpevoli sarebbero gli affitti brevi: il nemico giurato dei manifestanti sono le imprese che acquisiscono edifici e appartamenti, sfrattano gli inquilini attuali, e li rimettono sul mercato con le piattaforme.
La soluzione immediata che piaceva al governo Sanchez aveva un sapore antico: il blocco degli sfratti. Essa faceva parte di un pacchetto più vasto, che comprendeva forti limitazioni agli affitti brevi e forme di controllo sui prezzi. L’economista Carlos Rodriguez Braun ha ricordato che i calmieri risolverebbero la situazione nello stesso senso in cui la ghigliottina faceva passare il mal di testa. Era bastato l’annuncio di Sanchez a far diminuire l’offerta di alloggi sul sito Idealista, a Madrid, di circa 2400 unità in mezza giornata. Non è che il governo abbia perso la sua maggioranza solo per un magheggio dei partiti.
In presa diretta, si è potuto verificare il più banale dei fenomeni: se le persone non possono provare a esigere il prezzo che vogliono per un alloggio, o peggio ancora se diventa difficilissimo sfrattare un inquilino moroso, non lo mettono sul mercato. Le transazioni commerciali tendono a compiersi al livello di prezzo in cui una parte è disponibile a vendere e l’altra a comprare. Quando si tratta di immobili, questo processo è meno fluido che altrove: noi tutti quando dobbiamo vendere casa siamo convinti di avere per le mani la Reggia di Caserta e ciascuno di noi, se deve comprarla o affittarla, vorrebbe spuntare un prezzo da affare.
Ma se c’è chi affitta c’è pure chi mette in locazione, se c’è chi compra c’è anche chi vende. L’uscita del ceto medio dal centro città in molte capitali europee è stata almeno in parte volontaria: chi ha venduto a caro prezzo un appartamentino centrale non aveva bisogno che gli puntassero la pistola alla tempia. Fuori dalle città, la situazione è ben diversa. Popolazioni in decrescita (è il caso nostro più che della Spagna) hanno bisogno di meno e non di più case.
In parte in Spagna la lotta elettorale sarà anche città-campagna: chi non sta in città non capisce dove sia il problema, visto che non riesce più ad affittare l’appartamento ricevuto in eredità. Il problema è che in molti vogliono andare a vivere negli stessi posti: Madrid, Milano, Londra, eccetera. Sale la domanda, l’offerta è la stessa, i prezzi s’impennano. b Costruire, e aumentare l’offerta. Rendere più facile vivere in periferia, con buoni mezzi pubblici e buone strade.
E non demonizzare né le università periferiche né quelle telematiche. Le une e le altre fanno studiare fuori dalle grandi capitali.
Alberto Mingardi – Direttore dell’Istituto “Bruno Leoni”
