Conflitto Usa-Iran: la guerra come strumento di risoluzione delle controversie?
Quello che ovunque si avverte, oggi più che mai, è la necessità di riportare al centro il dialogo e la mediazionePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Venti di negoziato potenziale tra Stati Uniti d’America e Iran. Perlomeno così sembrerebbero riportare le Agenzie di Stampa. Se Teheran, da ultimo, ha posto sei condizioni per il conseguimento di un negoziato utile, tra le quali, in particolare, la garanzia della fine delle ostilità, la chiusura delle basi americane e il riconoscimento di risarcimenti, altrettante ne sono state poste da Washington, concernenti, tra l’altro, il fermo del programma missilistico per cinque anni e il blocco irreversibile di quello relativo all'arricchimento dell'uranio.
Non sembrerebbe essersi ancora compreso il vero obiettivo degli Stati Uniti di Donald Trump: per un verso, il dialogo diplomatico ante conflitto pareva concentrarsi sullo smantellamento del programma nucleare iraniano, mentre, per l’altro verso, con buona verosimiglianza, l’obiettivo reale poteva essere la rimozione della leadership di Teheran. Circostanza, quest’ultima, non propriamente conseguita a quanto pare.
Che ogni conflitto venga narrato e vissuto attraverso filtri ideologici di varia natura, sia sul piano nazionale, sia sul piano internazionale, non sembrerebbe rappresentare una novità.
Il taco (Trump Always Chickens Out), secondo la definizione datane da taluna stampa statunitense, ha abituato il Mondo alle sue altalenanti giravolte, non sempre comprensibili sul piano squisitamente strategico. Soprattutto all’interno di un sistema sociale caratterizzato non solo da profonda stanchezza e disaffezione verso le classi dirigenti, ma anche, e soprattutto dall’incertezza sul futuro. La narrazione ideologica dominante sui conflitti in essere, che si potrebbe definire “tradizionale”, vorrebbe affermare come contrapposti, polarizzandoli, i concetti di bene e male, di buono e cattivo, di invasore e vittima, probabilmente tralasciando, o meglio trascurando, (se si consente l’utilizzo di siffatta espressione) ogni analisi maggiormente complessa involgente, più in generale, le conseguenze umanitarie, sociologiche e teleologiche unicamente, sembrerebbe, per giustificare l’azione militare altrimenti incomprensibile (perlomeno questa l’impressione che timidamente se ne ritrae). Ciascuna delle parti coinvolte nel conflitto sembrerebbe voler raccontare la propria verità giustificatrice finalizzandola all’ottenimento di un consenso internazionale sempre più cedevole proprio per essere inevitabilmente caratterizzato da un "contrasto di narrative" dissonanti o perlomeno percepite come tali.
Il conflitto, diversamente da quanto sembrerebbe percepirsi dall’agire delle grandi potenze, e negli ultimi tempi dall’agire degli Stati Uniti di Donald Trump, non può rappresentare l’unico strumento di risoluzione delle controversie in un contesto geopolitico che si vorrebbe caratterizzato da un nuovo ordine globale (qualunque possa essere), avvertendosi, oggi più di sempre, la necessità di riportare al centro il dialogo e la mediazione. Soprattutto allorquando, il sentire comune, il bisogno di razionalizzare gli accadimenti circostanti, sembrerebbe orientato in maniera autoreferenziale al prevalere dell’interesse personalistico. Anche all’interno dell’Unione Europea le posizioni non appaiono univoche se solo si considera il veto posto dall’Ungheria di Viktor Orbàn al prestito da novanta miliardi per l’Ucraina. Sembrerebbe trattarsi di segnali rilevanti, non altrimenti trascurabili, siccome potenzialmente significativi di una metamorfosi di intenti che mira a riportare l’interesse nazionalistico al centro magari in contrapposizione a quello comune dell’Unione la quale, sul piano istituzionale, sembrerebbe uscirne minata dall’interno (la formula dubitativa s’impone). Con ogni conseguenza sul riflesso di immagine della stessa all’esterno, siccome la mancanza di coesione, o anche solo l’apparenza di siffatta mancanza, non potrebbe che tradursi in un segnale di debolezza proprio in un momento storico di complessa definizione e gestione.
Giuseppina Di Salvatore – Avvocato, Nuoro
