TG VIDEOLINAUltime Edizioni
Alzheimer, nuovi farmaci e il nodo della rimborsabilità
24 aprile 2026 alle 14:55
Milano, 24 apr. (askanews) - Una nuova frontiera nella cura dell'Alzheimer è già realtà in Europa, ma in Italia resta ancora un nodo da sciogliere: la rimborsabilità. In molti Paesi europei sono infatti già disponibili nuovi anticorpi monoclonali che permettono di rallentare la progressione della malattia nelle fasi iniziali, intervenendo direttamente sui meccanismi alla base del declino cognitivo. farmaci che, proprio per questo, hanno incassato il via libera dell'Agenzia europea per i medicinali. Nel nostro Paese, però, la decisione finale spetta all'Agenzia italiana del farmaco."Parliamo di due farmaci, due anticorpi monoclonali - lecanemab e donanemab - che di fatto costituiscono le prime due terapie che in uno studio clinico hanno mostrato di rallentare il decorso clinico della malattia di Alzheimer - spiega ad askanews Lorenzo Gaetani, neurologo all'azienda ospedaliera di Perugia -. Per cui avere a disposizione questi trattamenti vorrebbe dire per un clinico avere per la prima volta la possibilità di offrire una terapia che può modificare il decorso della malattia di Alzheimer. E tutto questo ovviamente avrebbe effetti positivi non solo per la persona malata di malattia di Alzheimer, ma anche per tutto il suo contesto familiare e le persone care che gli stanno vicino. Quindi indubbiamente avere a disposizione queste terapie rappresenterebbe per la prima volta avere nelle mani uno strumento che può modificare il decorso. Vuol dire che la malattia non si arresterà, la malattia non migliorerà. Però di fatto progredirà più lentamente di come sarebbe andata senza la possibilità di usare queste terapie".Un ruolo chiave è giocato anche dalla diagnosi. La medicina nucleare diventa determinante per individuare precocemente i pazienti più adatti a questo tipo di terapie e ridurre al minimo il rischio di effetti collaterali."L'accesso alle terapie è fondamentale per i pazienti, per le loro famiglie, e la medicina nucleare qui gioca un ruolo di aiuto. Lo ha giocato ai tempi dei trial clinici, perché è uno dei motivi che ha consentito di sviluppare le terapie, perché la PET con tracciante per amiloide mette in evidenza proprio il target contro cui queste terapie vanno ad agire - ci racconta Silvia Morbelli, professoressa di Medicina Nucleare all'Università di Torino -. Oggi è importante trattare questi pazienti, e farlo in una fase precoce: la medicina nucleare, sempre con la PET tracciante per amiloide, fornisce l'informazione in una fase precoce quando il paziente sta dimostrando i primi sintomi è stato confermato insomma da una valutazione neuropsicologica clinica accurata. E inoltre ha un ruolo fondamentale, almeno in uno di questi farmaci, nell'identificare il paziente che biologicamente ha risposto e può interrompere la terapia. Se interrompono la terapia precocemente i pazienti grazie all'informazione che arriva dalla PET, possono ovviamente uscire dal controllo di risonanza per la sicurezza. E anche per le famiglie, chiaramente l'impegno di gestione di questo momento di terapia diventa più breve, perché chiaramente bisogna pensare ai pazienti, ma sempre anche ai caregiver".Dopo le indiscrezioni su un possibile parere negativo da parte dell'Aifa, si è aperto un confronto con esperti e associazioni di pazienti su una decisione destinata ad avere un impatto non solo clinico, ma anche sociale ed economico."Si tratterebbe di una grande chance terapeutica, di una grande possibilità di poter finalmente fare qualcosa per modificare questa malattia - sottolinea ancora il neurologo Gaetani -. Ma allo stesso tempo, anche un grosso sforzo per cercare di selezionare bene le persone che possono rispondere meglio e con il minor rischio di effetti collaterali".
