AI e sentenze, Micozzi: «La decisione deve restare al giudice»

06 novembre 2026 alle 13:47aggiornato il 06 novembre 2026 alle 13:47

L’intelligenza artificiale può aiutare a scrivere una sentenza, ma non può decidere al posto del magistrato. È il confine indicato dal professor Francesco Paolo Micozzi, docente di informatica giuridica all'Università di Perugia, ospite di Radar su Videolina.
Al centro dell’intervista, il caso di una sentenza del Tribunale di Oristano esaminata dalla Corte d’Appello di Cagliari. Nel testo era rimasta una frase riconducibile alla risposta di un sistema di intelligenza artificiale. Una traccia che, osserva Micozzi, rivela anzitutto una rilettura poco attenta del provvedimento.
Secondo la ricostruzione dell’esperto, però, la Corte non ha ravvisato elementi sufficienti a dimostrare una delega della decisione alla macchina. Il magistrato potrebbe avere chiesto soltanto di formulare una motivazione coerente con una conclusione già raggiunta.
«L’importante è non delegare la decisione allo strumento di intelligenza artificiale», sottolinea Micozzi. Distinguere il supporto nella scrittura dalla sostituzione del giudice resta tuttavia molto difficile. Dimostrare che sia stata la macchina a decidere può diventare, spiega, una prova quasi impossibile.
I rischi non riguardano soltanto la paternità del testo. Un ricorso abituale a questi strumenti potrebbe indebolire la capacità di lavorare autonomamente. È il fenomeno della perdita di competenze, richiamato nell’intervista anche attraverso esperienze in ambito medico. Un altro pericolo riguarda l’analisi automatica dei documenti depositati dalle parti.
Micozzi segnala casi di istruzioni nascoste negli atti, capaci di condizionare le risposte dei sistemi. Testi invisibili all’occhio umano possono infatti essere letti dalla macchina e orientarne l’elaborazione. C’è poi il rischio di uniformare le decisioni, privilegiando soluzioni del passato. Con il possibile effetto di trascurare le particolarità delle singole vicende e frenare l’evoluzione del diritto. Per Micozzi diventa quindi essenziale la formazione di chi utilizza questi strumenti nella giustizia. Perché il supporto tecnologico richiede competenza, controllo e piena responsabilità umana.